GLI EFFETTI DELLE POLITICHE AMBIENTALI POST RIO 2012

Buoni propositi, pochi obiettivi

Intervista con Giuseppe Onufrio, Direttore di GREENPEACE ITALIA e Gianfranco Bologna, Direttore Scientifico WWF ITALIA

Vertici, incontri, summit. A livello mondiale, nazionale, locale. Sembra che da qualche anno il tema ambientale sia entrato prepotentemente nelle agende degli uomini più potenti della terra, ma anche più semplicemente di amministratori nazionali e/o periferici. Un unico obiettivo: salvare il mondo dalla catastrofe attraverso l’adozione di misure sostenibili. Tutto bene allora? Neanche per sogno, perché le intenzioni poi non si traducono in fatti. I propositi sono buoni, gli obiettivi raggiunti pochi, talvolta scadenti o nulli. Il mondo politico purtroppo non è ancora in grado di comprendere appieno il messaggio chiaro della comunità scientifica e la necessità di non perdere ulteriore tempo per adottare importanti decisioni senza le quali siamo destinati al fallimento, alla sconfitta. Ecco cosa ci dice il Direttore di GRENPEACE ITALIA, Giuseppe Onufrio e il Direttore Scientifico WWF ITALIA, Gianfranco Bologna.


Sembra che i Governi mondiali stiano prendendo seriamente in considerazione la tematica ambientale. Ma poi nelle decisioni sono poi tutti d’accordo e convinti?
Onufrio - La tematica ambientale da diversi anni è nell’agenda internazionale e ha modificato le politiche di diversi Paesi. Quello che ancora manca è un accordo globale per il tema ambientale più rilevante: i cambiamenti climatici. Su questo tema, nonostante la comunità scientifica internazionale sia largamente concorde sia nella diagnosi che nelle risposte che andrebbero date, ancora non esiste un accordo globale.
Da una parte gli Stati Uniti – che promossero con Al Gore l’accordo di Kyoto ma non lo ratificarono mai – chiedono ai Paesi emergenti (Cina, India, Brasile, etc) impegni vincolanti come quelli proposti per i Paesi industrializzati; dall’altra i Paesi emergenti chiedono – sulla base del principio della “comune ma differenziata responsabilità” – che siano i Paesi che hanno maggiori responsabilità nell’aver determinato il cambiamento della composizione dell’atmosfera a fare il primo passo. Il principale dei gas a effetto serra, l’anidride carbonica, ha infatti tempi di residenza in atmosfera secolari e dunque le nazioni di più recente industrializzazione hanno una responsabilità inferiore rispetto a chi ha iniziato a utilizzare le fonti fossili di energia da più tempo. In mezzo l’Unione Europea che, oltre a rispettare gli obiettivi di Kyoto ha preso impegni unilaterali per riduzioni ulteriori al 2020 e sta facendo delle politiche di salvaguardia del clima anche linee di politica energetica e ambientale. Per tornare alla domanda, se per la protezione della fascia di ozono (Protocollo di Montreal) l’accordo si trovò e fu anche applicato, per i cambiamenti climatici questo ancora non avviene: i diversi interessi in gioco sono molto alti e contrastanti.
Bologna - Purtroppo i governi mondiali non stanno prendendo seriamente in considerazione le problematiche ambientali, come ha dimostrato anche il documento finale dal titolo “The Future We Want” che è stato approvato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile a Rio de Janeiro nel giugno 2012. 49 pagine e 283 paragrafi ricchi di “auspichiamo, sottolineiamo, riaffermiamo” ecc. senza che vengano presi concretamente impegni. La comunità scientifica internazionale attraverso le straordinarie ricerche sui cambiamenti ambientali globali ha dimostrato che l’intervento della specie umana è paragonabile a quello delle grandi forze della natura che hanno modificato il nostro pianeta nei suoi 4.5 miliardi di anni, tanto da far proporre un nuovo nome per il periodo geologico che stiamo vivendo dalla Rivoluzione Industriale ad oggi, l’Antropocene. L’accelerazione che ha avuto luogo nel nostro impatto sui sistemi naturali nell’arco degli ultimi 50-70 anni è stata profondamente impattante tanto che la comunità scientifica internazionale fa presente che la nostra conoscenza, derivante da decenni di ricerche sulla dinamica dei sistemi naturali, ci ha portati a conoscere come diversi ecosistemi possono transitare in maniera repentina e irreversibile da uno stato ad un altro quando sono forzati ad attraversare una soglia critica. Oggi abbiamo le evidenze scientifiche che l’ecosistema globale, la nostra meravigliosa biosfera dalla quale dipende la nostra stessa esistenza, può reagire in modi similari avvicinandosi ad una transizione critica a livello planetario come risultato degli effetti pervasivi e di ampie dimensioni esercitate dall’intervento umano. Gli scienziati oggi ritengono plausibile il raggiungimento di un punto critico (Tipping Point) su scala planetaria che richiede ovviamente una grandissima attenzione da parte di noi tutti ed una raffinata capacità scientifica di registrare i primi segnali di allerta che preludono ad un passaggio di transizione critica su scala globale come sta già avvenendo a scala locale, per essere capaci di individuare i feedback che promuovono questa transizione. Diventa quindi urgente e necessario agire sulle cause che sono alla radice del come gli esseri umani intervengono sui sistemi naturali. E’ quindi fondamentale imparare a vivere nei limiti di un solo Pianeta, come l’attività del WWF in tutto il mondo con migliaia di progetti concreti sul campo vuole dimostrare, operando per stabilizzare la popolazione mondiale, ridurre il consumo pro capite delle risorse, eliminare l’utilizzo dei combustibili fossili,rafforzare l’efficienza energetica, incrementare l’efficienza della produzione e distribuzione del cibo, rafforzare le azioni di gestione e conservazione della biodiversità e dei servizi degli ecosistemi, sia negli ambienti terrestri che marini, cercando di mantenere il più possibile salvaguardate le parti della superficie terrestre ancora non dominate dall’intervento umano.
Il mondo politico purtroppo non è ancora in grado di comprendere appieno il messaggio chiaro della comunità scientifica e la necessità di non perdere ulteriore tempo per avviare importanti decisioni: il più importante e immediato banco di prova è la chiusura di un accordo internazionale sulla riduzione delle emissioni dei gas che modificano la composizione chimica dell’atmosfera incrementando l’effetto serra naturale.

Tante buone intenzioni, talvolta anche troppo. Realisticamente poi quali sono gli obiettivi realmente raggiungibili nei prossimi anni?
Bologna - Realisticamente gli obiettivi da raggiungere potrebbero essere veramente tanti perché oggi disponiamo delle conoscenze teoriche e delle azioni pratiche che possono consentire un vero e concreto cambiamento nella relazione esistente tra sistemi naturali e sistemi sociali. La vera mancanza che si registra è proprio quella della volontà politica. Avviare le nostre società su percorsi di sostenibilità dello sviluppo ovviamente non è una passeggiata. Si tratta di una sfida che necessita di capacità di futuro, di innovazione, di messa in discussione di stili di vita profondamente consumistici ormai ben consolidati e radicati nella cultura di tante società. La scienza ci dice che non è possibile fornire stili di vita simili a quelli di un occidentale medio a tutti i più di 7 miliardi di abitanti oggi presenti sulla Terra ed ai 9.3 miliardi che, secondo le più recenti previsioni ONU, saranno presenti nel 2050.
Abbiamo bisogno di una progressiva trasformazione culturale che deve permeare istituzioni, settore privato, società civile per procedere poi al cambiamento necessario. Ormai esistono tantissimi studi che dimostrano come sia possibile ottenere entro il 2050 un approvvigionamento energetico mondiale basato sulle energie rinnovabili, ma è necessario un sistema culturale ed economico diverso che renda possibile tutto ciò. Come sarebbe possibile eliminare il miliardo e 300 milioni di cibo eliminato, sprecato o buttato a livello mondiale ogni anno quando abbiamo ancora un miliardo di denutriti.
Onufrio - Nel caso del cambiamenti climatici, i documenti internazionali riconoscono l’obiettivo posto dalla comunità scientifica internazionale – non superare i 2°C di aumento globale delle temperature – ma non ne traggono le conseguenze pratiche. Eppure, anche se l’accordo politico non si è ancora trovato, alcuni segnali positivi ci sono: oggi gli investimenti in fonti rinnovabili hanno superato quelli in fonti fossili – e hanno contribuito a ridurne i costi dunque aiutandone ulteriormente l’espansione - e le diverse iniziative industriali che vanno sotto l’etichetta della “green economy” si moltiplicano e vedono come nuovi protagonisti colossi come la Cina, non solo l’Europa o gli USA.
La questione fondamentale però è il fattore tempo. Il clima globale comunque va alterandosi e non c’è molto tempo per evitare le conseguenze più catastrofiche: allo stato degli accordi attuali, infatti, lo scenario più probabile è quello di un aumento delle temperature medie superiore ai 3°C. Sembra poco, ma in termini di conseguenze ambientali siamo già in una zona assai pericolosa.

Come valuta le posizioni italiane nei grandi vertici ambientali?
Onufrio - Abbiamo una pessima tradizione. Alcune lobby industriali hanno fatto giocare al nostro Paese il ruolo di retroguardia. Non si tratta solo di provincialismo e mancanza di visione – che pure
abbonda nelle nostre élite – ma anche della scarsa propensione all’innovazione di una parte significativa della nostra industria. Le questioni ambientali per essere affrontate richiedono innovazione dei processi industriali e nei prodotti, mirata alla riduzione dei consumi energetici e delle relative emissioni. Nel nostro Paese si investe poco in ricerca e sviluppo in generale e dunque anche in quella mirata a obiettivi ambientali.
Bologna - La posizione italiana nei vertici internazionali viene armonizzata e coordinata da quella europea. Infatti in questi vertici la rappresentanza generale è quella dell’Unione Europea ma questo non impedirebbe certo un’azione di leadership in termini di proposizione ed attivismo particolare per l’ottenimento di alcuni risultati importanti alzando ragionevolmente l’”asticella” delle sfide poste in questi vertici. Nella realtà la posizione italiana non appare mai particolarmente una posizione di leadership in questi ambiti.

In molti denunciano il potere di una “lobby verde” che condiziona le istituzioni internazionali e i governi locali. Cosa pensa in proposito?
Bologna - Magari esistesse un condizionamento culturale importante delle istituzioni internazionali da parte degli scienziati ambientali e delle rappresentanze della società civile a favore di un futuro equo e sostenibile. I fatti dimostrano chiaramente il contrario. Il deterioramento e il degrado ambientale prosegue continuamente ed è illustrato in maniera chiarissima, ad esempio, dai telerilevamenti satellitari. Chi diffonde l’idea di una presunta lobby verde sono in realtà i soggetti che praticano, con ingenti disponibilità economiche, le più forti e potenti lobby industrialiste vecchia maniera (in primis quelle delle industrie dei combustibili fossili) che hanno condizionano e condizionano posizioni politiche di interi paesi e governi.
Onufrio - E’ un’idiozia dettata o da provincialismo o da interesse. Ciò che ha spinto le istituzioni internazionali a muoversi in questa direzione sono i risultati che la ricerca scientifica va mostrando sui cambiamenti in atto.
Il primo rapporto dell’IPCC – Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell’ONU – è del 1990. Da allora ne sono stati pubblicati quattro e un quinto è in fase di elaborazione: in questi 30 anni la potenza di calcolo degli elaboratori è cresciuta esponenzialmente e le misure e osservazioni dei vari parametri – compresa la mole di dati che arriva dai satelliti – non solo ha confermato le preoccupazioni ma le ha aggravate: la rapidità dei fenomeni è più alta di quello che si pensava all’inizio.
In Italia – come in altri Paesi – alcuni media rappresentano le posizioni degli “scettici” come equivalenti a quelle di chi denuncia il problema. Nella realtà oltre il 99% dei climatologi concordano sulla tendenza al riscaldamento globale causato dalle attività umane. Peraltro l’IPCC è formato da rappresentanti della scienza nominati dai governi – non da Greenpeace.

Sono sempre numerosi coloro che pensano sia più opportuno adattarsi al cambiamento climatico più che spendere risorse per fermarlo. È d’accordo?
Onufrio - In una certa misura bisognerà fare entrambe le cose. Ma se non si spendono risorse per fermare i cambiamenti climatici la scala delle conseguenze in futuro renderà difficile anche l’adattamento.
Bologna - Ci troviamo in una situazione in cui, come si evince anche dalle precedenti risposte, è necessario occuparsi concretamente sia delle misure di mitigazione (riduzione delle emissioni) che delle misure di adattamento. Questo è dovuto al fatto che i fenomeni di deterioramento del sistema climatico hanno subito una forte accelerazione negli ultimi decenni e la comunità scientifica ha fatto giustamente presente che è molto importante operare anche sui piani di adattamento. Ma ovviamente è insensato spostare tutta l’attenzione sull’adattamento come se ormai non servisse più a nulla agire per il contenimento e la riduzione delle emissioni.
Venendo a noi, sul tema ambientale abbiamo un’Italia nettamente spaccata in due con il Sud in cui si segnalano forti criticità. Perché persiste questo divario rispetto al Nord del Paese?
Bologna - Purtroppo forti criticità di frammentazione degli ambienti naturali e loro progressiva distruzione, perdita di suolo, consumo di territorio con fenomeni di urbanizzazione, stato di salute delle risorse idriche, inquinamenti diffusi ecc. riguardano anche il Nord. Tutto il paese soffre poi dei gravissimi fenomeni di illegalità e corruzione che penalizzano notevolmente lo stato di salute dei nostri ambienti naturali. L’intero Bel Paese avrebbe bisogno di una straordinaria opera di manutenzione e riqualificazione del nostro territorio; si tratterebbe di una vera e propria “opera pubblica” prioritaria che darebbe lavoro anche a tanti giovani e tamponerebbe il nostro spaventoso dissesto idrogeologico che ogni anno produce numerose vittime umane e perdite economiche ingenti.
Onufrio - Le criticità del Sud sono una questione storica che non nasce certo oggi. Per quanto riguarda la gestione delle politiche ambientali – rifiuti, trasporti, acqua, depurazione, etc – questa spaccatura è in parte determinata dal fatto che le amministrazioni pubbliche hanno una minore esperienza nella gestione di temi complessi come storicamente è accaduto nelle aree più industrializzate del Paese. Un'altra questione è legata all’eredità delle politiche dei “poli di sviluppo” che vedono nel mezzogiorno alcuni dei più importanti poli energetici, industriali e petrolchimici che sono anche causa di criticità ambientali.
D’altro canto, la maggior parte degli impianti a fonti rinnovabili si trovano al Sud dove c’è più sole e più vento, cosa che fa parzialmente recuperare un ruolo al Mezzogiorno.

Un’ultima domanda. È difficile “imporre” scelte eco-sostenibili quando poi manca una “cultura ambientale” di base. Come valuta la nostra classe dirigente – dalle diplomazie internazionali agli amministratori locali – sul tema?
Onufrio - La questione non è di “imporre” scelte ecosostenibili, quanto di fare scelte di politica industriale che incorporino gli obiettivi ambientali. Alcuni grandi interessi si oppongono a queste scelte per loro legittime convenienze, che non coincidono però con gli interessi generali. Abbiamo finalmente avuto una crescita delle fonti rinnovabili e si sono levati gli scudi – costano troppo, troppi interessi – mentre gli aumenti della bolletta elettrica di questi anni sono legati per la maggior parte all’andamento del prezzo del petrolio che trascina con sé quello del gas (fonte prevalente in Italia). La verità è che i grandi gruppi energetici avevano investito troppo sugli impianti a gas e, quando si è verificato il boom delle rinnovabili in una fase di stagnazione economica, i loro impianti hanno funzionato molto meno dato che le rinnovabili hanno precedenza sulla rete. E strida a mai finire: ma gli stessi che strillavano, non ci avevano detto per anni che avevamo assolutamente bisogno del nucleare?
Il commentatore del Corriere della Sera Puti Purini, all’indomani della bocciatura referendaria del nucleare, si chiedeva se non fosse il caso di mandare i vertici di Confindustria a studiare le politiche tedesche. La Germania, infatti, aveva già deciso di uscire dal nucleare – scelta ben più costosa e impegnativa della nostra – e di puntare su efficienza e rinnovabili per sostituire l’atomo e ridurre le fonti fossili. E, di recente, ha deciso investimenti con lo scopo di modificare la rete elettrica per adattarla al nuovo scenario del futuro.
Sono meno ottimista di Puti Purini e più d’accordo con il viceministro dell’economia Grillo: per far posto a nuove idee servono persone nuove, un ricambio generazionale delle nostre élite – industriale, politica, della cultura, nelle amministrazioni pubbliche – e questo, purtroppo, non è un obiettivo semplice da perseguire.
Bologna - La sfida della sostenibilità è fondamentalmente una sfida culturale. Abbiamo bisogno di nuovi indicatori di benessere e progresso che non siano riassumibili nel PIL (prodotto Interno Lordo). La crescita materiale e quantitativa dell’economia non può essere sinonimo di ricchezza di un paese. Se tutti noi, istituzioni, settore privato, mondo dei media, società civile riusciamo a comprendere la grande sfida di cosa significhi imparare a vivere nei limiti di un solo pianeta (come indica il WWF nella sua campagna di base, One Planet Living) allora riusciremo a impostare nuovi modelli e stili di vita capaci di passare dalla cultura del consumismo a quella della sostenibilità. Si tratta di una sfida difficile ma anche molto affascinante e intrigante. Ci sono fortunatamente tanti segnali nel nostro paese e in tante parti del mondo di persone e gruppi, in tutti i settori, che stanno diventando protagonisti attivi del cambiamento. Stanno cambiando il mondo dal “basso” ma è fondamentale che tutti facciano la loro parte. Siamo tutti parte del problema ma possiamo essere parte, se lo vogliamo, della soluzione del problema.



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