D’ASCENZI: PER SISTEMARE IL SISTEMA IDRICO ITALIANO SERVONO INVESTIMENTI

L'ACQUA, UNA PRIORITÀ NAZIONALE

Intervista con Mauro D’Ascenzi - Vicepresidente FEDERUTILITY

La situazione dell’acqua in Italia è un paradosso continuo: abbiamo le tariffe più basse del mondo, gli investimenti bloccati, non ci sono soldi per intervenire sugli acquedotti, siamo in ritardo e prenderemo delle multe dall’Unione Europea per la depurazione, eppure – nonostante tutto questo – la qualità dell’acqua in Italia è eccellente e lo dimostrano i cittadini, che stanno mutando negli anni le proprie abitudini di consumo. La soddisfazione di avere un’acqua di buona qualità non deve farci dimenticare le cose che ne sprechiamo troppa, non la depuriamo. Per sistemare il sistema idrico italiano servono soldi, servono investimenti. L'acqua deve essere una priorità nazionale. A parole tutti ne dichiarano il valore, ma nella realtà la trattiamo come se non ne avesse. Perché? Lo abbiamo chiesto a Mauro D’Ascenzi Vicepresidente FEDERUTILITY, la federazione che riunisce le aziende del gas, dell’energia e la totalità delle aziende dell’acqua in Italia.


Il 2011 è stato un anno particolare per l’acqua, con un referendum che ha raccolto l’attenzione di milioni di italiani. Qual è la situazione oggi.
Ai promotori del referendum va riconosciuto il merito d’aver rimosso l’idea che incombesse un obbligo insopprimibile di fare entrare i capitali privati nella gestione dell’acqua. Si è riconosciuta – finalmente - la centralità dell'ente locale nel decidere il modello di gestione, scegliendo tra pubblico, privato o misto. Si è scongiurato, insomma, il passaggio dal fondamentalismo di mercato al fondamentalismo opposto.
Il territorio può decidere se una gestione si sia o meno mostrata capace di rispondere alle esigenze dei cittadini e in caso negativo “staccare la spina” agevolmente ed affidarsi ad un modello differente.

Cambia la prospettiva, dunque, ma gli argomenti consueti sulla perdita delle reti e sulle tariffe?
La grande rivoluzione, dalla fine del 2011, con i decreti del Governo Monti, è l’attribuzione del ruolo di regolatore autonomo ed indipendente, all’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas. Esiste quindi – finalmente – un organismo che ha competenze, incarico e poteri per analizzare la situazione dell’acqua nel nostro Paese e stabilire tariffe eque, indiscutibili, che garantiscano i consumatori e permettano la sostenibilità economica del servizio. Ne siamo soddisfatti perché così si cancella anche solo il dubbio che Federutility – che associa tutti i gestori dell’acqua in Italia – lamentasse per qualche tornaconto proprio il fatto che abbiamo le tariffe più basse del mondo e che, di conseguenza, non ci sono soldi a sufficienza per investire ed eliminare le perdite.
Nel sistema tariffario dell’Autorità sarà chiaro il principio della completa copertura dei costi (investimenti compresi) e sarà chiaro il principio “chi inquina paga”, ovvero i due pilastri che tengono in piedi il servizio idrico in tutto il resto d’Europa.

Il settore dell’oro blu si accinge a diventare più ricco?
Non c’è alcuna ricchezza nell’acqua. E’ uno dei più grossi luoghi comuni che hanno accompagnato questi anni. L’acqua ha bisogno di soldi per investimenti. Servono oltre 60 miliardi nei prossimi trent’anni se vogliamo stare al passo con gli standard europei e se non vogliamo andare incontro a pesanti multe da parte dell’UE per i nostri cronici ritardi nel settore della depurazione. In questi anni di dibattito ripetitivo sul concetto di pubblico o privato e di altre questioni di principio, abbiamo accumulato un blocco dei lavori per le infrastrutture di cui il nostro Paese avrebbe grande bisogno, considerando che siamo sotto la lente dell’Unione Europea per il mancato rispetto delle regole comunitarie in materia di depurazione. Se non agiamo in fretta rischiamo di massacrare l’ambiente, di fare danni alle coste ed al turismo, di perdere decine di migliaia di posti di lavoro collegati alla manutenzione e realizzazione di impianti.
Anche i disastri idrogeologici dimostrano che serve una logica integrata, con il contributo di istituzioni, enti locali ed operatori.

Cosa si deve fare dunque e dove si troveranno le risorse economiche?
Il cosa fare è composto da un lungo elenco, ma non è fantascienza. Ci sono già progetti cantierabili per 4,5 miliardi che aspettano, da tempo, che si stabilizzi il quadro normativo e regolatorio per poter essere avviati. Quanto alle risorse, sia che a gestire l’acqua siano società interamente pubbliche che società miste, per far funzionare il servizio idrico integrato, servono soldi. Dove trovarli? Il ragionamento è semplice: se vogliamo che partecipino finanziatori esterni, come le banche o altri istituti finanziari, dobbiamo dare stabilità normativa e riconoscere, come per qualsiasi mutuo, un costo del capitale; se vogliamo che partecipino alle spese i cittadini, bisogna agire sulle tariffe; se invece lo Stato decide di farsi carico di ogni investimenti, con tutta probabilità troverà questi fondi con nuove imposte o con l’aumento di imposte esistenti. A livello europeo questa viene definita come la logica delle “3T”, cioè, Tax, Transfers, Tariffs: tasse tariffe o trasferimenti. Ciascuno Stato può decidere come articolarle, ma il totale è sempre fatto dal mix di queste tre voci, in cui i trasferimenti sono le risorse provenienti da istituti (bancari, finanziari, istituzioni ecc…).

Bollette più salate quindi?
Non è detto. Quando l’acqua costa un po’ di più si consuma molto di meno. Ce lo insegnano la Germania, la Francia e tutti i Paesi più evoluti. Da noi, dove l’acqua non si sa neanche quanto costi, si registrano i consumi più elevati. L’analisi storica del nostro Paese ci insegna che quando “paga Pantalone” - ovvero quando tutto è pubblico e pagato dalle istituzioni - c’è minor cura nelle cose. La tariffa responsabilizza il cittadino, perché mette in correlazione i suoi comportamenti, con il costo sostenuto.



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