GHIZZONI: INVESTIRE IN ISTRUZIONE, RICERCA, INNOVAZIONE E CULTURA

L'iItalia deve scommettere sull'Università

Intervista con Maunela Ghizzoni - Pres. Commissione Cultura, Scienza, Istruzione – Camera Deputati

L’Università è il luogo di espressione privilegiato della formazione avanzata e della ricerca innovativa. È per ogni Paese un patrimonio fondamentale per il suo sviluppo a tutto tondo. Infatti il posizionamento strategico del Paese; la sua crescita culturale, sociale ed economica; la sua competitività e la sua attrattività sono strettamente legati all’efficienza della ricerca e della formazione del capitale umano. Purtroppo l’intero sistema educativo italiano, ed universitario nella fattispecie, mostra oggi numerosi elementi di criticità che in alcuni casi, configurano una vera e propria situazione di emergenza. Ne abbiamo parlato con Manuela Ghizzoni, Presidente della Commissione Cultura, Scienza, Istruzione della Camera dei Deputati.


La critica è feroce. Ripensare ad un sistema universitario più efficiente, meno chiuso in se stesso, trasparente, che premi il merito e dia una reale possibilità al ragazzo per farsi strada. Tutto il lavoro fatto fino ad oggi allora è da buttare?
Trovo che spesso si esageri nelle critiche al sistema universitario. Non si può negare che vi siano episodi di grave malcostume in termini di nepotismo e di sprechi che vanno sanzionati ed eliminati ma sono meno generalizzati di quanto si voglia far credere. Ma non si può nemmeno dimenticare il salto in avanti fatto dal sistema negli ultimi vent’anni, in termini di ampliamento del numero di studenti e di laureati, delle occasioni formative, dell’innovazione didattica che hanno portato ad diminuire la durata media degli studi e la percentuale di abbandoni. Anche dal punto di vista della ricerca l’Italia ha mantenuto le sue posizioni a livello internazionale nonostante la forte contrazione del numero dei ricercatori e dei finanziamenti pubblici e privati. La recessione ha ovviamente colpito anche l’università, con pesantissimi tagli finanziari che hanno portato innanzitutto ad una rapida diminuzione del numero dei professori e ad una competizione esasperata per i pochi fondi di ricerca, ma anche con la diminuzione delle matricole dovuta alla contrazione delle risorse disponibili nelle famiglie dei ceti meno abbienti e medi non compensata da un sistema di diritto allo studio fortemente deficitario. Tra i comparti pubblici quello dell’istruzione ha pagato il maggior prezzo in termini di definanziamento. È semmai un miracolo che non sia crollato e lo si deve all’abnegazione degli addetti e alla fiducia dell’opinione pubblica.

Si investe poco, pochissimo, in ricerca e le risorse per le università sono sempre più scarse. Quindi…?
Quindi il futuro è buio, se non si inverte la rotta. L’OCSE ha recentemente osservato che in 17 Paesi europei il PIL è diminuito negli anni 2008 e 2009 a causa della recessione globale ma in 14 di questi sono invece aumentate le spese pubbliche per l’istruzione in funzione anticiclica per un più rapido recupero post-crisi. L’Italia ahimè è invece uno degli altri tre, con Belgio ed Estonia, e ha visto diminuire anche gli investimenti in istruzione. Anzi l’Italia si classifica ultima da questo punto di vista. È questo lo “spread” più pericoloso, perché ha conseguenze a lungo termine e può indurre deficit strutturali difficilmente recuperabili. Come ha osservato Angel Gurria, Segretario Generale dell’OCSE, è statisticamente evidente, almeno a livello globale, che, anche durante questa fase recessiva, un livello maggiore di formazione assicura lavoro più facile e redditi più alti. Ma è questione sociale, non solo economica: maggiori livelli formativi significano vite medie più lunghe, più estesi diritti democratici, maggiore attenzione ai diritti delle minoranze. Recuperare un ritardo nel sistema formativo può costare ad una nazione decenni di ritardo economico e sociale.

Intanto i nostri atenei migliori spariscono dalle classifiche internazionali…
Non mi sembra che sia così, la nostra posizione nelle classifiche internazionali è forse non molto lusinghiera ma stabile, nonostante la riduzione delle risorse. D’altra parte molte di queste classifiche hanno un significato relativo, spesso hanno fini commerciali, quasi sempre usano pochi parametri che tendono a penalizzare un sistema universitario generalista come quello italiano.

Però poi facciamo la fortuna di molti Paesi esportando conoscenze e cervelli. Un controsenso?
Appunto. Continuiamo a formare laureati di altissima qualità, soprattutto per quanto riguarda la ricerca di base, che prevalgono con relativa facilità nelle selezioni di università straniere. Segno della qualità del nostro sistema scolastico, almeno nei livelli alti ma non solo. Gli spazi per trattenerli in Italia sono pochissimi, i concorsi universitari sono praticamente bloccati da sette anni senza che la società mostri di scandalizzarsene, il turn over è bloccato al 20%, cioè per assumere un giovane ricercatore occorre che cinque professori anziani vadano in pensione. Come si fa a meravigliarsi, dico io! La fuga è incessante e veramente preoccupante per il futuro.

L’Italia spicca proprio per avere un’èlite in grossa difficoltà. Segno della crisi del nostro modello universitario che ha il compito di formare la classe dirigente?
Penso anch’io che in Italia si sia verificata una crisi di tutta la classe dirigente, da quella politica a quella imprenditoriale, accademica o di altro genere. Non saprei se si possa dirne responsabile il modello universitario – peraltro molto simile a quello degli altri Paesi europei – ma noterei che l’attuale classe dirigente si è formata in anni in cui l’università italiana era quella tradizionale, elitaria, immobile e quindi la responsabilità semmai sarebbe del vecchio modello universitario, troppo spesso raccontato a torto come una mitica età dell’oro, non certo del nuovo. Sarebbe molto interessante analizzare se la crisi della classe dirigente nazionale non derivi proprio dalla lentezza con cui il nostro Paese ha adeguato i suoi modelli e le sue strutture formative e dagli scarsi investimenti nell’istruzione e nella mobilità sociale. Certamente però il sistema universitario non è riuscito per nulla a contrastare la deriva etica, divenendo specchio e non guida della società.

Laurearsi? C’è la crisi, non serve. I numeri dicono che le immatricolazioni sono in calo e c’è poca fiducia nei vantaggi del titolo…
Le immatricolazioni sono in calo per effetto della crisi finanziaria, non per disaffezione. Una famiglia del ceto medio che non ha la fortuna di abitare in una città universitaria non riesce a mantenere un figlio in un’università anche poco lontana, perché le tasse universitarie e i costi di mantenimento e trasporti sono altissimi. Non si è mai affermato un vero welfare studentesco, nonostante che sarebbe importantissimo per l’indipendenza dei giovani e per la mobilità sociale. Persino figli di famiglie a bassissimo reddito non possono accedere ai benefici del diritto allo studio, pur rientrando nelle condizioni previste, perché gli stanziamenti non sono sufficienti a soddisfare con una borsa di studio tutti gli idonei. Invece tutte le analisi e gli indicatori, sia nazionali che europei, mostrano che la laurea permette di inserirsi prima nel mondo del lavoro, di avere salari migliori, di resistere meglio alla crisi. Le famiglie lo percepiscono benissimo e infatti fanno enormi sacrifici per mantenere i figli all’università. Occorre piuttosto tener conto che oggi, per fortuna, ci sono molti più laureati di un tempo – anche se siamo e rimaniamo all’ultimo posto in Europa! – e quindi la laurea non può significare automaticamente l’accesso agli impieghi e alle professioni più lucrose.

Poi i ragazzi che si laureano non utilizzano, troppo spesso, il titolo di studio al lavoro. Come superare questo evidente gap tra curriculum e occupazione?
Il nostro mercato del lavoro è particolarmente asfittico e rigido rispetto ai contenuti di conoscenza. Una delle ragioni principali sta nella tipologia del nostro sistema produttivo (nanismo delle imprese, poca innovazione, etc.) che tende a perpetuare modelli tradizionali e a sottoutilizzare le competenze. Ma non ci si può nascondere che c’è anche il problema di un orientamento ad una corretta scelta universitaria che spesso manca ai diciottenni. C’è un eccesso di concentrazione su alcune discipline che generano un alto numero di laureati che svolgono lavori non coerenti con la formazione ricevuta.

Infine. I giovani non possono più attendere. Investire in istruzione, ricerca, innovazione, cultura. Che risposte date loro?
Esattamente questa. Dobbiamo tornare ad investire in istruzione, ricerca, innovazione, cultura, nonostante e anzi proprio perché stiamo attraversando una crisi recessiva spaventosa. Occorre rimettere in moto la mobilità sociale per dare fiducia e speranze ai giovani e dunque a tutta la società. Occorre rinnovare profondamente scuola e università, sfruttando le tante energie intelligenti e impegnate che ancora contengono. È l’unica vera grande opera pubblica strategica di cui l’Italia ha bisogno.



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