RAPPORTO ALMALAUREA SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE DEI LAUREATI

I giovani non possono più attendere

A cura di Andrea Cammelli Direttore ALMALAUREA

Il nuovo Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani ha coinvolto circa 400mila laureati, con una partecipazione elevatissima degli intervistati: 88% fra i laureati ad un anno. Si tratta di quasi 186mila laureati del 2010 (più di 113mila di primo livello; 54.300 biennali specialistici; quasi 16mila a ciclo unico, ovvero i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza) intervistati nel 2011, a un anno dal conseguimento del titolo; 53mila laureati del 2008, specialistici e a ciclo unico, intervistati dopo tre anni; 22mila laureati pre-riforma del 2006, intervistati dopo cinque anni. L’intera documentazione, disaggregata per Ateneo, Facoltà fino all’articolazione per corso di laurea, al fine di consentire una sua più diffusa utilizzazione per la verifica dell’efficacia esterna dell’università.


Il quadro di riferimento. L’indagine AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati registra il disagio vissuto dai giovani italiani. Non solo, all’interno di un quadro complessivamente difficile, la crisi ha accentuato le differenze di genere e territoriali nelle perfomance occupazionali. La documentazione proposta indica inequivocabilmente che lo scenario economico nazionale ed internazionale non offre motivi di ottimismo. Occorre però evitare un atteggiamento attendista che non può che prolungare la crisi: il nostro futuro dipende da ciò che seminiamo oggi. E i segnali recenti sulla necessità di “riportare al centro del dibattito pubblico il valore della cultura, della ricerca scientifica, dell’innovazione e dell’educazione a vantaggio del progresso nel nostro Paese”, come ricordato recentemente da esponenti del Governo, legittimano quella che appare una inversione di tendenza in grado di alimentare forti speranze. Ma occorre fare presto. I giovani non possono più attendere.

La crisi che colpisce i giovani. Una percentuale notevole e in crescita di giovani, tra cui vi sono anche profili che in tempi migliori non avrebbero avuto difficoltà a trovare un lavoro, è a rischio di disoccupazione prolungata o di inattività, con effetti che potrebbero divenire irreversibili. Tali rischi includono la difficoltà protratta di trovare lavoro e la persistenza di differenziali salariali. Secondo la documentazione più recente (Istat), a gennaio 2012, i tassi di disoccupazione giovanile nel nostro Paese hanno raggiunto livelli superiori al 31%. Contemporaneamente emergono aree a rischio di marginalità per i giovani non inseriti in un percorso scolastico/universitario/formativo e neppure impegnati in un’attività lavorativa. Nel 2010, in Italia il fenomeno riguarda oltre due milioni di giovani (più del 22% della popolazione di età 15-29 anni). Su questo terreno la posizione dell’Italia, al vertice della graduatoria europea, è distante dai principali paesi quali Germania (10,7), Regno Unito e Francia (entrambi 14,6), risultando così particolarmente allarmante.

In Italia è penalizzata l'occupazione più qualificata. I dati sui mutamenti della struttura dell’occupazione italiana relativi al 2004-2010, unitamente a quelli sulla dinamica degli investimenti in capitale fisso (beni strumentali durevoli come impianti, macchine, costruzioni, ecc.) relativi allo stesso periodo e proiettati al 2012 e 2013, offrono una convincente chiave di lettura delle cause dell’andamento sfavorevole dell’occupazione più qualificata e motivi di timore per il futuro. In particolare, l’evoluzione della quota di occupati nelle professioni più qualificate evidenzia criticità, di natura sia strutturale sia congiunturale, queste ultime particolarmente preoccupanti. Tra il 2004 e il 2008, quindi negli anni precedenti alla crisi, tranne che in una breve fase di crescita moderata, l’Italia ha fatto segnare una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, in controtendenza rispetto al complesso dei paesi dell’Unione Europea. Un’asimmetria di comportamento che si è accentuata nel corso della crisi: mentre al contrarsi dell’occupazione, negli altri paesi è cresciuta la quota di occupati ad alta qualificazione, nel nostro paese è avvenuto il contrario. Probabilmente almeno una parte dei laureati che in questi anni sono emigrati dall’Italia fanno parte del contingente di capitale umano che è andato a rinforzare l’ossatura dei sistemi produttivi dei nostri concorrenti!
La debole dinamica che ha caratterizzato, negli anni più recenti, gli investimenti in capitale fisso (beni strumentali durevoli come impianti, macchine, costruzioni, ecc.) nel nostro Paese può, da un lato, aiutare a spiegare la bassa crescita della produttività registrata in Italia in questi anni e, dall’altro, getta alcune ombre sulla capacità del nostro Paese di realizzare, a breve-medio termine, quei processi di riqualificazione produttiva necessari per riavviare la crescita.
Un motivo in più per sottolineare che sarebbe un errore imperdonabile sottovalutare o tardare ad affrontare in modo deciso le questioni della condizione giovanile e della valorizzazione del capitale umano; non facendosi carico di quanti, anche al termine di lunghi, faticosi e costosi processi formativi, affrontano crescenti difficoltà ad affacciarsi sul mercato del lavoro, a conquistare la propria autonomia, a progettare il proprio futuro. Tanto più in Italia, dove costituiscono una risorsa scarsa anche nel confronto con i paesi più avanzati, i giovani sono per di più in difficoltà a diventare protagonisti del necessario ricambio generazionale per il crescente invecchiamento della popolazione e per l’inamovibilità di tante gerontocrazie. Tutto ciò è aggravato dal limitato peso politico dei giovani rispetto a quanto accade nel resto d’Europa.
Le tendenze in atto sono anche da mettere in relazione alla crisi del ceto medio, che sta animando il dibattito pubblico in molti Paesi. Le dinamiche economiche degli ultimi anni hanno come conseguenza l’acuirsi della diseguaglianze e l’assottigliarsi di quelle classi sociali collocate in posizione intermedia rispetto ai ceti decisamente benestanti e quelli caratterizzati da marginalità sociale ed economica se non povertà conclamata. L’indebolimento del ceto medio, destinato ad aggravarsi in Italia mano a mano che molte famiglie si vedranno costrette ad attingere ai loro risparmi, rischia di sminuire il valore dell’istruzione, che per tante generazioni ha costituito un mezzo di mobilità sociale ascendente.

Ancora pochi laureati in Italia. Nel nostro Paese i giovani sono pochi e per di più poco scolarizzati. Ancor oggi il confronto con i paesi più avanzati ci vede in ritardo: 20 laureati su cento di età 25-34 contro la media dei paesi OECD pari a 37 (mentre in Germania sono 26 su cento, negli Stati Uniti 41, in Francia 43, nel Regno Unito 45, in Giappone 56). È un ritardo dalle radici antiche e profonde: nella popolazione di 55-64 anni sono laureati 10 italiani su cento, metà di quanti ne risultano nei paesi OECD (in Francia sono 18, in Germania 25, nel Regno Unito 29, negli USA 41) e che riguarda ovviamente, sia pure su valori diversi (ma in graduale miglioramento) anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati.
Sul terreno della scolarizzazione superiore nella popolazione adulta il Paese è in forte ritardo. Al punto che, ancora oggi, il 75% dei laureati di primo livello porta a casa un titolo di studio mancante a ciascuno dei genitori. Molto consistente anche la popolazione di lavoratori adulti laureati, valutabile attorno ai 2,6 milioni di età compresa far i 35 e i 54 anni, che necessiterebbe di formazione indispensabile per aggiornare le proprie conoscenze. Il ritorno sui banchi universitari dei laureati adulti potrebbe costituire una potente occasione di crescita per il sistema produttivo e per quello universitario ed un efficace incentivo per i docenti a valorizzare modalità didattiche attualmente poco utilizzate, funzionali anche al potenziamento delle competenze trasversali frequentemente indicate come carenti fra i laureati.
Nonostante i giovani con una preparazione universitaria costituiscano nel nostro Paese una quota modesta, risultano ancora poco appetibili per il mercato del lavoro interno. I più recenti risultati dell’indagine Excelsior-Unioncamere sui fabbisogni occupazionali delle imprese italiane (che non comprende il settore della pubblica amministrazione) testimoniano il crescente peso relativo dei laureati sul complesso delle assunzioni previste. Ma la consistenza della domanda di laureati, complessivamente pari a 74mila nel 2011 (il 12,5% di tutte le assunzioni previste) conferma la ridotta utilizzazione di personale con formazione universitaria. Negli USA, le più recenti previsioni, elaborate per il decennio 2008-2018, stimano il fabbisogno di laureati pari al 31% del complesso delle nuove assunzioni.

La documentazione recente riguardante l’Italia mostra che le caratteristiche delle imprese sono una determinante fondamentale della domanda di laureati. In particolare, oltre al tipo di gestione delle imprese, familiare e non, giocano un ruolo importante sia la specializzazione tecnologica delle imprese sia il livello di istruzione degli imprenditori: la domanda di laureati aumenta al crescere sia del contenuto tecnologico delle produzioni sia del livello di istruzione degli imprenditori, ed è inferiore nelle imprese a gestione familiare. In particolare, le imprese con titolari in possesso della laurea occupano il triplo di laureati rispetto alle altre imprese.

Pochi investimenti in istruzione, ricerca e sviluppo. Una soglia educazionale di così ridotto profilo nella popolazione adulta è probabilmente all’origine della difficoltà a comprendere appieno il ruolo strategico degli investimenti in istruzione superiore e in ricerca per lo sviluppo del Paese e per la competizione mondiale. I dati Eurostat segnalano che il deficit nei livelli di istruzione è particolarmente accentato nel settore privato, dove la quota di occupati in possesso del titolo della scuola dell’obbligo è in Italia circa il doppio di quella media dell’Europa a 12. Sottovalutazioni e poca lungimiranza, cui non è estranea una colpevole logica autoreferenziale del sistema universitario, si sono tradotte nella modestia delle risorse destinate ad istruzione superiore e ricerca. Sull’uno e sull’altro versante il nostro Paese investe quote di PIL assai inferiori a quanto vi destinano i principali competitori a livello mondiale. La documentazione ufficiale più recente ci dice che, fra i 31 paesi dell’OECD considerati, il finanziamento italiano, pubblico e privato, in istruzione universitaria è più elevato solo di quello della Repubblica Slovacca e dell’Ungheria (l’Italia destina l’1% del PIL, contro l’1,2 della Germania e del Regno Unito, l’1,4 della Francia e il 2,7 degli Stati Uniti). Né le cose vanno meglio nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo; il nostro Paese, nel 2009, ha destinato ad esso l’1,26% del PIL, risultando così ultimo fra i paesi europei più avanzati (Svezia 3,62%, Germania 2,82%, Francia 2,21%, Regno Unito 1,87%). In un settore come questo, cruciale per la possibilità di competere a livello internazionale, risulta debole anche l’apporto proveniente dal mondo delle imprese. In Italia il concorso del mondo imprenditoriale è pari allo 0,67% del PIL, poco più della metà dell’investimento complessivo, molto meno di quanto non avviene nei paesi più avanzati.
La reale consistenza delle risorse destinate all’università, al di là dei facili luoghi comuni, è chiaramente indicata dalla documentazione OECD più recente. Il costo totale per ogni laureato, comprensivo anche dei costi connessi alla durata effettiva degli studi e di quelli relativi agli abbandoni, in Italia risulta decisamente inferiore (-31%) a quello medio europeo, soprattutto a quello di paesi a pari stadio di sviluppo economico; tutto ciò nel 2008, prima ancora dei pesanti tagli al sistema universitario.
Il confronto con le realtà con le quali si è soliti fare le comparazioni, per evidenziare il ritardo del sistema universitario italiano in termini di performance, è impietoso: a parità di potere d’acquisto, a fronte di una spesa complessiva per laureato nel nostro Paese di 43.194 dollari, la Svezia spende due volte e mezzo più di noi, la Germania più del doppio e la Spagna il 55% in più. Inoltre, nel periodo 2000-2008, l’incremento del costo totale per studente è risultato in Italia pari all’8% contro una media dei paesi OECD del 14% e dei paesi EU19 di ben il 19%.
E’ opportuno a questo proposito rilevare che criteri meritocratici di attribuzione dei fondi potranno contribuire a migliorare l’efficacia interna ed esterna del sistema universitario a condizione che i fabbisogni minimi e complessivi di risorse siano determinati secondo i parametri internazionali relativi al costo della didattica e della ricerca.

Formazione generalista o specialistica? È evidente che la questione si pone con accentuazione differente ai diversi livelli di formazione (lauree di primo livello o specialistiche). Ma vi sono diversi motivi per favorire una formazione che non punti ad una specializzazione troppo anticipata dei giovani e a modelli formativi troppo professionalizzanti. “Oggi – dichiara Andreas Schleicher (responsabile della sezione Indicators and Analysis Division del Direttorato per l’Education dell’OECD) - i sistemi di istruzione devono preparare per lavori che non sono stati ancora creati, per tecnologie che non sono ancora state inventate, per problemi che ancora non sappiamo che nasceranno”. Se è vero che percorsi più professionalizzanti aumentano l’occupabilità dei giovani in entrata, essi rischiano di ridurla in fase adulta in assenza di adeguati investimenti in formazione. Si tratta di una questione non marginale dinanzi alla contrazione tendenziale del ciclo di vita delle tecnologie e della conoscenza al quale stiamo assistendo e al contestuale allungamento della speranza di vita e della durata della vita lavorativa. Certamente, con riferimento specifico ai laureati giovani e meno giovani, nel disegno di riforma del mercato del lavoro occorre prevedere che la flessibilità sia compensata attraverso retribuzioni più elevate – non il contrario, come è successo in questi anni.
La sfida di fronte alla quale ci troviamo, in virtù della più rapida obsolescenza della conoscenza e dell’allungamento della vita lavorativa, è quella di costruire sistemi di istruzione in grado di generare capitale umano adattabile, in quanto tale formato su competenze sufficientemente generali e trasversali, e di realizzare strumenti efficaci di lifelong learning in grado di accompagnare il lavoratore lungo tutto l’arco della vita lavorativa. Un sfida che per l’Italia si aggiunge a quella relativa all’innalzamento della soglia educazionale.

La valutazione del sistema universitario: i fabbisogni informativi e il contributo di Alma Laurea. La teoria economica e l’evidenza empirica mostrano che l’informazione gioca un ruolo fondamentale nel mercato del lavoro. Banche dati come ALMALAUREA, che dopo 18 anni di attività quest’anno ha raggiunto la maggiore età, rendono meno viscoso il processo di ricerca del lavoro e di accoppiamento tra laureati e posti di lavoro.
AlmaLaurea ad oggi rende disponibili un milione e 620 mila curricula di laureati (giovani freschi di laurea, ma anche con esperienza decennale), certificati dalle Università, aggiornati, anche in inglese (dal 1998 sono stati ceduti alle imprese tre milioni e mezzo di curricula). Il potenziamento delle banche dati sui laureati su scala sia nazionale sia sovranazionale costituisce un traguardo ambizioso ma meritevole di essere perseguito, cosa che ALMALAUREA sta facendo attraverso alcuni progetti sulla cooperazione nell’area Mediterranea (università del Marocco, prospettive di collaborazione con la Tunisia e con altre realtà, non solo della sponda Sud), gratificata da riconoscimenti internazionali ricevuti quale best practice in materia sia di monitoraggio dei sistemi di istruzione superiore sia di strumento per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di laureati.
La valutazione dell’università e l’attribuzione delle risorse sulla base dei risultati formativi raggiunti, oltre che informazioni tempestive e di qualità, richiederanno sempre più un’adeguata attenzione al ruolo dei fattori di contesto al fine di ottenere misure di performance “a parità di condizioni”. Il filo conduttore per ogni accorto policy-maker dovrà essere quello di destinare le risorse pubbliche in relazione alla capacità di ciascuna università di valorizzare al meglio gli studenti che vi si sono iscritti, piuttosto che sulla base esclusivamente dei risultati accertati in uscita dall’università. Il sostegno alle eccellenze, certamente necessario, non comporta necessariamente la rinunzia ad un sistema universitario socialmente inclusivo. Si tratta di due strategie parallele.
L’attenzione alla misurazione della performance del sistema formativo sulla base del valore aggiunto è un terreno sul quale ALMALAUREA ha recentemente iniziato ad operare. Al fine di garantire un quadro informativo adeguato ai fabbisogni della valutazione occorrerebbe realizzare un sistema di rilevazione delle perfomance in uscita degli studenti e dei laureati anche durante l’inserimento lavorativo, esteso a tutti gli atenei. Un sistema già funzionante per le 64 università aderenti al Consorzio ALMALAUREA, con caratteristiche di continuità, completezza, tempestività e affidabilità la cui estensione a livello nazionale è stata auspicata fin dal 1995 e successivamente prevista da specifici Decreti Ministeriali. I benefici di questo rafforzamento del quadro informativo spaziano dal potenziamento delle attività di orientamento, di job placement, di monitoraggio interno, di valutazione e autovalutazione dell’offerta formativa delle università, al miglioramento generale del quadro informativo all’interno del quale famiglie e imprese effettuano le loro scelte e definiscono le loro politiche del personale.



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