ATENEI ANCORA POCO ATTRATTIVI ALL’ESTERO MA CON MOLTE CARTE DA GIOCARSI

L'Università si apre al mondo

Intervista con Stefania Giannini - Rettore Università per gli Stranieri di Perugia

Diciamolo. Poco attrattive e poco frequentate da studenti stranieri che preferiscono misurare le proprie capacità in altri contesti, in altri Paesi. Così la nostra Università sembra restare dietro in termini di internazionalizzazione, piena ancora di problemi da risolvere prima che questa tendenza si possa invertire. Eppure “Il nostro Paese ha ancora qualche carta da giocare”. Parola di Stefania Giannini, Rettore dell’Università per gli Stranieri di Perugia, Ateneo storico e conosciuto nel mondo proprio per questa capacità di “aprirsi al mondo”. L’abbiamo intervistata.


L’internazionalizzazione degli atenei occupa un posto di prima fila nell’agenda del Ministro dell’Università, Francesco Profumo. Obiettivo importante, ma quanto realmente raggiungibile?
L’internazionalizzazione delle università costituisce uno strumento strategico dello sviluppo sociale, culturale ed economico di un paese. Essa solleva questioni cruciali sia per la stessa realizzazione della missione universitaria, che per il divenire complessivo di una società avanzata. È in gioco, infatti, l’opportunità di affermare la presenza del sistema universitario italiano con il suo patrimonio scientifico e didattico, in Europa e nel resto del mondo, attraverso un programma nazionale che preveda azioni coerenti e coordinate e coinvolga partners istituzionali e del mondo imprenditoriale.
Il tema dell’internazionalizzazione impone, pertanto, una distinzione fra le strategie e le attività che riguardano l’Europa e le azioni rivolte ai paesi extraeuropei. Il contesto europeo è accomunato dal processo di convergenza delle riforme dell’istruzione dei sistemi universitari, nella condivisione di obiettivi e strumenti a partire dal Processo di Bologna (struttura dei corsi e dei titoli di studio, sviluppo della mobilità di studenti e ricercatori, criteri di valutazione della qualità). A livello extraeuropeo, dobbiamo recuperare un forte ritardo rispetto ad altri paesi europei che si sono mossi prima e con maggiore efficacia – Francia, Gran Bretagna e Germania –. In questo ambito, vedo alcuni traguardi concreti: aumentare la capacità di attrazione di studenti e giovani ricercatori stranieri, migliorare la competitività e la leadership in campo scientifico, sviluppare le potenzialità di diffusione all’estero della lingua e della cultura italiana. L’Europa è, e resta, il nostro punto di riferimento i termini di modello educativo, non solo sotto il profilo geopolitico (oggi più che mai rilevante, nell’attuale tendenza ad un mondo multipolare), ma anche e soprattutto nella riaffermazione del proprio progetto culturale, che ha fatto e fa delle università la ragione profonda e fondante del suo esistere.
Il modello humboldtiano di istruzione superiore, il nostro modello europeo, è un modello a quattro marce: un insegnamento basato sulla trasmissione del dubbio, come metodo e come strumento di elaborazione del pensiero originale, in qualsiasi campo del sapere; una ricerca che fornisce sostanza all’insegnamento, in continuità e inscindibilità di processo, e che è pertanto tutt’uno con l’insegnamento stesso; una dimensione internazionale, insita nell’insegnamento e nella ricerca universitaria per natura e tradizione fin dall’Alto Medioevo, tradottasi oggi nella mobilità di studenti, ricercatori e docenti e nei programmi di internazionalizzazione a carattere sistemico; il trasferimento di contenuti e metodi dal ‘dentro’ al ‘fuori’ del mondo accademico e che, si badi, non è relegabile alla componente tecnologica (pur riconoscendo noi tutti in essa il fondamentale, moderno raccordo fra università e impresa, fra università e professioni), ma che investe, da sempre, tutte le forme del sapere critico, dalle scienze sociali alle scienze umane, alle scienze ‘dure’. In questa prospettiva, l’Università è da sempre un’Istituzione sociale critica.

Questo è il dato: solo il 3% degli studenti universitari sono stranieri contro una media Ocse dell’8,5%. Perché così poco appeal per i nostri atenei?
L’Università europea e quella italiana sono da sempre Istituzioni sociali critiche, oggi più mature di ieri nel generare i modelli cooperativi che la storia ci chiede nell’attualità, ma sempre meno competitive nel sostenere il passo delle procedure di valutazione e di accreditamento internazionale e nell’attrarre studenti dal resto del mondo. Le riforme dei sistemi nazionali in atto nei principali Paesi dell’Unione (fra cui l’Italia, con la recente approvazione della Legge 30 dicembre 2010, n. 240) intervengono chirurgicamente su questi temi: valutazione, premialità, specializzazione delle competenze e internazionalizzazione. E la chirurgia, si sa, talvolta può essere molto dolorosa.
Gli stessi indicatori compaiono come parametri di classificazione nei più autorevoli ranking internazionali (Times Higher Education World University Rankings e Academic Ranking of World Universities - Shanghai Ranking), dove il sistema universitario anglo-americano risulta imbattibile. Harvard, Massachusetts Institute of Technology e Stanford seguite a ruota da Cambridge e Oxford sono da anni inamovibili nelle prime posizioni, mentre le università europee (tranne i citati top players britannici) compaiono poco e male. L’Italia è presente in maniera discontinua e con poche eccezioni.
Non entro nel merito delle ragioni di tali performance. Talune sono oggettive e indiscutibili: in primis, la progressiva diminuzione dei fondi stanziati dai governi nazionali per il settore educativo sul totale della spesa pubblica che sono e restano ossigeno indispensabile per il corretto funzionamento delle università pubbliche (su una media OCSE del 14% , l’Italia si colloca fra gli ultimi in classifica sulla soglia del 10% rispetto alla media del 20% di alcuni giganti emergenti: Messico, Brasile, Cina e Stati Uniti - Fonte: Education at a Glance 2011). La questione finanziaria ha carattere di urgenza e non investe semplicemente un profilo contabile. Se trascurata o sottovalutata, potrà sfociare drammaticamente nella non sostenibilità del sistema. Non domani, oggi. Se affrontata e risolta, in sintonia con i nuovi criteri di assegnazione delle risorse previsti dalla Legge Gelmini (risultati e merito, misurati ex post), diverrà un manifesto politico di cruciale importanza.
Altri sintomi di debolezza meritano, tuttavia, attenzione e risposte. La scarsa capacità di attrarre studenti stranieri è un male comune ai grandi Paesi europei, esclusa l’area anglofona, e pur con differenze interne sensibili (la presenza media di studenti stranieri negli atenei italiani è pari al 3% contro il 4,8% della media dei paesi europei, con eccellenze del 17,9% nel Regno Unito seguite dall’11,4% in Germania e l’11,2% in Francia), nessuno di essi regge il confronto col sistema statunitense.
Il 28% degli studenti in mobilità nel mondo continua a scegliere gli Stati Uniti come mèta preferita (su 2 milioni e mezzo di studenti in mobilità, ogni anno 700.000 scelgono gli Stati Uniti, seguiti dal Regno Unito con 330.000 studenti - Fonte: UNESCO 2009 World Conference on Higher Education report) e, mentre si affacciano con efficacia e determinazione strategica nuovi competitors agguerriti e di successo (l’Australia), l’Europa continua a perdere terreno (-3% del suo capitale di studenti extracomunitari nell’ultimo triennio). I dati italiani confortano per il trend positivo degli ultimi anni (3% vs. 2% del 2003), ma restano modesti e decisamente migliorabili in assoluto.

Sul fronte della selezione occorrerebbe rivedere l’intero modello organizzativo. Quali sono i problemi da risolvere?
In questa fase di profonda crisi finanziaria a diffusione endemica e di intensità e durata imprevedibili, siamo certi, nell’oggi e per il futuro immediato, che per tutti gli studenti stranieri sarà sempre più difficile sostenere i costi di un soggiorno di studio in Italia. Si tratta ormai di un lusso educativo, specialmente per gli studenti di quei paesi in cui aumenta la domanda, al pari di un ritmo di interscambio commerciale crescente (fra gli altri: la Turchia, l’India, l’Egitto).
Un piano nazionale di assegnazione di borse di studio può sembrare soluzione fin troppo semplice, di fronte al problema annoso e complesso della scarsa capacità attrattiva del nostro sistema universitario. Un uovo di Colombo forse, ma dall’efficacia certa e ampiamente sperimentata nell’attrarre cervelli stranieri da parte di vere e proprie potenze educative, come gli Stati Uniti d’America. Credo che a livello governativo si dovrebbe assumere un impegno preciso e stringente su questo punto, in linea, peraltro, con le politiche europee di incentivazione della mobilità studentesca, interna ed esterna all’Unione. E forse ci avvieremmo, su questa strada, anche a bilanciare, se non a perdere, il fastidioso primato della quota dei ‘cervelli in fuga’.
L’Università per Stranieri ha investito risorse proprie nel programma di mobilità intraeuropeo Socrates/Erasmus, con ottimi esiti in ingresso e in uscita: +62,5% rispetto al triennio precedente il numero di accordi stipulati (26 nell’a.a. 2008/2009), e un indice di mobilità in entrata aumentato del 30% nei corsi intensivi di preparazione linguistica EILCs (Erasmus Intensive Language Courses), con 522 studenti ammessi.

Nel mondo si studia in inglese, magari in spagnolo. Da noi l’offerta è prevalentemente in italiano. È anche questo un problema?
La lingua, se minoritaria su scala internazionale, può costituire una barriera. Tuttavia il caso italiano merita considerazioni specifiche, riferite sia alla storia che al presente e al futuro del nostro Paese. L’Italia è, infatti, dotata di un forte ‘potere di attrazione’, un ‘soft power’ frutto della sua tradizione storica, che rappresenta uno strumento fondamentale per la competitività della sua politica estera ed un anello privilegiato di raccordo nella catena che congiunge società italiana e diplomazia. Pochi paesi posseggono la nostra capacità di dialogo con culture diverse, capacità che è propria della nostra storia. Il ‘potere morbido’ non si basa altro che sulla forza di attrazione che un Paese può esercitare all’esterno, attraverso la propria cultura, i propri valori e la propria politica, di cui strumenti privilegiati sono la diplomazia, gli aiuti economici e le comunicazioni. È il ruolo di ‘paese ponte’ che pone l’Italia in una posizione privilegiata rispetto agli altri e grazie alla quale importanti azioni civili di cooperazione possono essere realizzate.
Esiste un ‘mistero della crescita’ della lingua e della cultura italiana nel mondo a fronte di una mancanza di oggettive posizioni di leadership e della carenza di condizioni competitive che favoriscano l’attrattività del nostro Paese. La lingua italiana, pur classificandosi solo al 19° posto tra le lingue più parlate al mondo (70 milioni di parlanti nativi, per arrivare a 120 milioni circa), è la terza più studiata come lingua straniera, dopo inglese e francese e prima di tedesco e spagnolo.
L’interesse nei confronti dell’italianità si esprime principalmente attraverso i seguenti livelli. Il livello storico-culturale che esercita forte attrattività verso il mondo orientale in particolare e nord americano. Si ricollega al fascino particolare esercitato dalla storia dell’Italia e ricomprende l’interesse per la musica e le lettere classiche. Esige un lavoro di fidelizzazione e la costruzione di rapporti a lungo termine. Il livello delle migrazioni, che riguarda principalmente gli abitanti del Sud America dell’Australia e di alcuni paesi dell’Europa occidentale. La motivazione alla base è il recupero delle radici storico-familiari. Il livello della modernità, fortemente collegato agli aspetti del mondo produttivo e tecnico-scientifico di alcuni specifici settori nei quali si richiede anche una mirata proposta didattica (Architettura e Design, Moda e Industria Automobilistica).Il binomio cultura-sviluppo economico è vitale per la cultura stessa se sarà in grado di sintetizzare questa unione in una sorta di ‘cultura d’impresa’ per la promozione culturale e economica.
In sintesi possiamo affermare che internazionalizzare e integrare sono le parole chiave nella stesura dell’agenda politica, naturali direttrici per un ‘paese ponte’ come l’Italia, da tradursi in adeguate politiche e attività di apertura e di accoglienza. Così come sono anche temi ispiratori della moderna missione del nostro sistema universitario e, soprattutto, essi rappresentano i punti cardine della vocazione istituzionale dell’Università per Stranieri di Perugia.
Un prezioso lavoro di relazioni culturali che promuovano un’immagine positiva dell’Italia è di sostegno anche alle necessarie azioni di riposizionamento del Made in Italy, per responsabilità diretta dell’Istituto per il Commercio Estero e del Ministero per lo Sviluppo Economico. Si tratta di garantire la tenuta dei cosiddetti ‘mercati maturi’ (Germania, Stati Uniti, Canada e Giappone), incrementando al tempo stesso la nostra presenza nelle nuove realtà ‘di nicchia’ (Balcani ed Europa orientale, Euromediterraneo, inclusa la Turchia, Asia centrale e Sudest) e nelle nuove potenze economiche (i Paesi BRIC: Brasile, Russia, India e Cina).
I 108 Accordi di collaborazione culturale attualmente attivi con università e istituti di ricerca nel mondo (28 dei quali nell’ultimo anno accademico) vanno in questa direzione. Il 25% ci lega all’Asia, il 19% al Sud America, il 18% all’Europa e il 16% a paesi extraeuropei.

Che l’Università per Stranieri di Perugia rappresenti un’eccellenza è noto a tutti. Ci può descrivere questa bellissima e prestigiosa realtà?
L’Università per Stranieri di Perugia è stata fondata nel 1925 per insegnare, diffondere e promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo, favorendo una migliore conoscenza di ogni diversità storica e culturale. L’Ateneo si caratterizza sin dal suo nascere come simbolo di apertura e tolleranza e luogo di incontro fra popoli di diverse culture, giungendo a configurarsi nel presente come un vero e proprio ‘laboratorio’ di formazione interculturale. È una realtà formativa unica in Italia, con un doppio binario di percorrenza: dal resto del mondo a Perugia per conoscere l'Italia e da Perugia nel resto del mondo per impiegare in vari campi professionali le conoscenze e le competenze apprese. La Stranieri rappresenta, in termini quantitativi, il più importante centro universitario in Italia per la didattica e la ricerca applicata all’apprendimento e all’insegnamento dell’italiano a stranieri (lingua e identità storica e culturale) e per la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti di italiano come lingua non materna.
L’Università per Stranieri di Perugia svolge questo ruolo attraverso una doppia direttrice che si proietta fuori e dentro il nostro Paese: al di fuori, come supporto all’internazionalizzazione sia del mondo accademico che del sistema produttivo (made in Italy); all’interno, come sostegno ai processi di integrazione intesi anche come accoglienza degli immigrati stranieri in Italia.

Infine un’ultima cosa. Globalizzare, aprirsi al mondo. Cosa può significare questo oggi per il nostro Paese?
Martha Nussbaum (Not for Profit. Why Democracy needs the Humanities, Princeton 2010, il Mulino 2011) indica un obiettivo chiaro per le nostre università. Ve lo ripropongo, pensando che possiamo riconoscervi senza forzature i nostri valori e le nostre funzioni: “Scuole e università di tutto il mondo hanno quindi un compito urgente e prioritario: devono sviluppare negli studenti la capacità di vedere se stessi come membri di una nazione eterogenea (come sono tutte le nazioni contemporanee) e di un mondo ancora più eterogeneo e di comprendere qualcosa della storia e del carattere dei differenti gruppi che lo abitano”.
Nel più ampio contesto della public diplomacy si inserisce una rinnovata cultura in favore della cooperazione alla pace e allo sviluppo che è riuscita negli ultimi anni a diffondersi proficuamente nei diversi contesti accademici, incentivando l'educazione delle nuove generazioni alla responsabilità sociale e alla comprensione delle problematiche internazionali. Si richiede un tipo di collaborazione a sostegno della politica di dialogo interculturale, per il ripristino o la costruzione di condizioni di pace nelle aree di faglia e di crisi, nel moderno paradigma della ‘prossimità’ e della politica di partenariato. Una nuova prospettiva che stimola e impone la ricerca di codici e punti di vista comuni, per affrontare le emergenze ormai condivise dal Nord al Sud del mondo: fame, deficit educativo e sanitario, mancanza d’acqua e crisi energetica sono piaghe antiche per alcune regioni, ma stanno diventando mali incombenti per altre, sia pure in forme e misure differenziate. C’è bisogno, indubbiamente, di una logica cooperativa per fronteggiare le emergenze e garantirsi un futuro di sviluppo. C’è bisogno di quell’inclinazione naturale all’innovazione e al cambiamento che soprattutto nelle università, dallo Studium medioevale al campus urbano, ha trovato nella storia e continua a trovare nel presente condizioni ideali per alimentare lo sviluppo: curiosità intellettuale e libertà di pensiero a servizio del Paese, nella società globale.



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