LA VERA DIFFICOLTÀ ÈATTRARRE QUOTA DI TALENTI INTERNAZIONALI

Fuga di cervelli: all'estero uno scienziato su sei

Intervista con Chiara Franzoni - Assistant Professor alla School of Management - POLITECNICO MILANO

Canada e Australia, Usa e Svezia. Insieme alla Svizzera, che detiene il primato, sono questi i Paesi dove i pool di ricerca sono più internazionali, secondo uno studio realizzato dai Politecnici di Torino e Milano e dal National Bureau of Economics Research, che ha ricostruito le rotte dei "cervelli in fuga" di 16 Stati di tutto il mondo. I risultati confermano la buona capacità attrattiva di Nord America e Australia, ma è un Paese europeo, la Svizzera, a incassare il top di scienziati globetrotter. E in Europa hanno molto appeal anche Svezia (37,6%), Olanda, Germania, e Danimarca, In Italia uno su sei va a cercar fortuna in alte Nazioni, ma il problema è che non attraiamo scienziati stranieri. Ne abbiamo parlato con Chiara Franzoni co-autrice, insieme a Giuseppe Scellato (Politecnico di Torino) e Paula Stephan (Georgia State University & NBER) della ricerca.


Quali sono i Paesi che guidano il ranking degli Stati “esportatori” di conoscenza?
La parte alta della classifica è abbastanza stabile se si considerano i Paesi esportatori di ricerca. In ordine decrescente: USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Canada e Giappone. La Cina sta producendo recentemente molta quantità, ma poca qualità. L’Italia oscilla fra il settimo e il decimo posto.
Se invece si prendono in considerazione i Paesi esportatori di scienziati, la classifica è molto diversa: in generale i Paesi tradizionalmente più “esportatori” sono quelli con sistemi di ricerca poco solidi o sottofinanziati, ma dotati di un’istruzione di base ragionevolmente funzionante. Secondo i dati che abbiamo raccolto, che si basano su oltre 19000 interviste in 16 Paesi, l’India è certamente quello che subisce il maggior tasso di emigrazione. Stimiamo che circa quattro scienziati indiani su dieci risiedono attualmente all’estero. Questa stima considera solo le persone emigrate in età adulta. Non teniamo conto – per intenderci – di chi emigrata in età scolare insieme alla famiglia d’origine.
Tuttavia il quadro è assai più complicato di come potrebbe sembrare. Non assistiamo solo allo scontato flusso migratorio dai Paesi più poveri verso quelli più ricchi. Al contrario, negli ultimi anni la circolazione dei cervelli è aumentata in tutti i paesi con sistemi di ricerca evoluti. Ci sono molti Paesi ricchi che vedono una consistente parte dei propri talenti emigrare fuori dai confini nazionali. La Svizzera ad esempio: uno scienziato svizzero su tre lavora all’estero. La Gran Bretagna non è molto dissimile: circa uno scienziato inglese su quattro si trova attualmente all’estero. Per Germania, Canada, Australia e Belgio stimiamo che la proporzione sia di uno su cinque. I Paesi del sud Europa, fra cui l’Italia, e i Paesi scandinavi, in media registrano meno perdite: circa uno scienziato su sei.

Quali sono i Paesi con maggiore attrattività? E per quali ragioni?
Per tutti i Paesi considerati, il primo Paese di destinazione è sempre lo stesso: gli Stati Uniti. In parte l’effetto è spiegato dalla dimensione: gli Stati Uniti sono un continente più che un Paese e hanno il numero assoluto più elevato al mondo di posizioni lavorative in ricerca. Se confrontiamo i Paesi per la proporzione di scienziati stranieri presenti sul totale, la Svizzera è il più internazionale. Seguono Canada, Australia, Stati Uniti, Svezia e Gran Bretagna.
E’ chiaro che l’attrattività in parte dipende dall’offerta salariale e dalla disponibilità di fondi di ricerca e infrastrutture che completano l’offerta lavorativa. Ma il denaro non è l’unico fattore rilevante per molti scienziati. Un altro fattore importante è la caratura dell’ambiente scientifico: fare ricerca in ambienti di lavoro prestigiosi, con colleghi e studenti preparati e stimolanti, è naturalmente molto attrattivo. Questo è un aspetto molto delicato, in quanto tende ad autorinforzarsi.

Quali sono le ragioni dell’esodo?
Speculari a quelle dell’attrazione. Gli scienziati mobili sono alla ricerca di posizioni lavorative più remunerate, ambienti di ricerca stimolanti e ben equipaggiati, percorsi di carriera promettenti. I nostri dati mostrano che la grande maggioranza delle persone si sposta durante il post-dottorato, quando lo scienziato è ancora relativamente giovane, e cerca di impostare la propria carriera su binari promettenti, guadagnandosi eventualmente l’indipendenza. Per alcuni Paesi, fra cui Spagna e Brasile, la scelta di migrazione è spesso vissuta come temporanea, nell’aspettativa che l’esperienza internazionale aumenti le chances di carriera al rientro in patria.
In aggiunta ai fattori specifici, i Paesi più piccoli notoriamente hanno un tasso naturale medio di emigrazione più elevato rispetto a quelli di dimensioni maggiori.

La scelta di emigrazione è generalmente irreversibile o c’è l’intenzione di rientrare nel Paese d’origine?
In media circa due terzi degli scienziati che hanno un’esperienza internazionale di lavoro o studio all’estero in seguito rientrano nel Paese d’origine. A prescindere dal Paese, per quanto in parte sorprendente, le motivazioni più ricorrenti per il rientro sono di carattere familiare o personale. Nel complesso questa risposta indica che i ricercatori che si risolvono a partire in genere non si pentono della scelta dal punto di vista della carriera. Di certo le difficoltà di integrazione e assimilazione, unite a richiami di genere affettivo, possono essere molto più importanti di quanto normalmente si tende ad evidenziare.
Fra gli Italiani il tasso di rientro medio è in linea con quello degli altri Paesi. Attualmente stimiamo che circa il 27% degli scienziati italiani abbia avuto un’esperienza di lavoro o studio all’estero (escludendo i visiting fino all’anno di durata) e sia in seguito ritornato. Fra gli Italiani attualmente all’estero prevalgono decisamente i soggetti che si dichiarano disposti a rientrare a condizione di ricevere opportunità di carriera interessanti (42%). Seguono quelli che, probabilmente ritenendo improbabili le opportunità di carriera interessanti, dichiarano che forse rientreranno in prossimità della pensione, o part-time (34%). Solo una piccola parte indica decisamente che rientrerà (13%) o che non rientrerà (10%).
Un’anomalia che sembra emergere nel sistema italiano è piuttosto che gli Italiani che rientrano sono in media meno performanti degli italiani rimasti all’estero. A mio giudizio è possibile che questa situazione sia causata in gran parte dall’ambiente di ricerca sotto-finanziato in cui gli scienziati si trovano a lavorare al rientro.

Qual è la propensione alla fuga de cervelli italiani? I vostri dati indicano che, in media, il nostro Paese riesce a compensare le perdite con la mobilità in entrata. In sintesi, siamo attrattivi?
Contrariamente alla percezione comune e nonostante i frequenti allarmi che si leggono sulla stampa, i nostri dati indicano che l’Italia ha una propensione alla fuga non bassa, ma decisamente nella norma. Secondo le nostre stime, meno di uno scienziato italiano su sei lavora attualmente all’estero (16.2%). La perdita di uno scienziato su sei può essere considerata fisiologica per un Paese europeo della dimensione dell’Italia. Questa proporzione è simile a quella di Francia e Spagna. Restando in Europa, ad esempio, Germania, Olanda, Svizzera e Inghilterra subiscono più perdite.
Secondo i dati che abbiamo raccolto, la vera difficoltà dell’Italia non sta tanto nella fuga degli scienziati italiani, quanto nell’estrema difficoltà del nostro Paese ad attrarre la propria quota di talenti internazionali. L’Italia infatti ha pochissimi scienziati stranieri: solo il 3% sul totale. Si tratta della quota più bassa registrata nei nostri campioni, dopo quella dell’India (0.8%) e comparabile a quella del Giappone (5%), entrambi sistemi tradizionalmente chiusi all’immigrazione internazionale. Questa percentuale è veramente bassa, se si considera che la media degli altri Paesi si aggira attorno al 24%. È importante sottolineare che lo studio include solo scienziati effettivamente attivi in pubblicazioni internazionali, compreso i post-doc e le altre posizioni temporanee. Ragione in più per considerare le percentuali estremamente allarmanti.
Sebbene l’evidenza sul caso italiano possa essere influenzata anche dallo spesso citato “svantaggio linguistico”, la comparazione con Paesi quali la Spagna (7.3%), la Francia (17%), o il Brasile (7%), che hanno svantaggi simili, suggerisce la presenza di un’oggettiva difficoltà nell’attrarre ed integrare ricercatori stranieri.

Perché i ricercatori stranieri non scelgono l’Italia?
Il nostro studio non indaga direttamente questi aspetti, quindi rispondo alla domanda esprimendo una mia opinione personale. Penso che nel complesso ci siano molti scienziati stranieri potenzialmente interessati a lavorare in Italia – ad esempio dall’Europa continentale, dal Medio Oriente e dall’Asia –. Tuttavia alcune condizioni sono fortemente ostative. In primo luogo le condizioni salariali, soprattutto quelle offerte alle posizioni tipiche di entrata degli stranieri – post-dottorato e assistant professor/ricercatore – sono completamente inadeguate. Sono inadeguate rispetto alla media europea, ma lo sono a maggior ragione per chi deve giustificare anche i maggiori costi della mobilità. In secondo luogo il sistema di reclutamento universitario è macchinoso e poco trasparente. Inoltre richiede tempi troppo lunghi e comunque asincroni rispetto ai tempi medi di permanenza sul mercato degli individui in cerca di lavoro. Ad esempio, chi ha completato il dottorato di ricerca a gennaio 2012 ha cercato un lavoro fra l’autunno 2011 e la primavera 2012, per iniziare al più tardi a settembre. Il nostro reclutamento non offre tempi certi e comunque non si cura del fatto che le persone cerchino lavoro principalmente da novembre a marzo. Così facendo, inevitabilmente perde la fetta di mercato più importante. In terzo luogo gli insegnamenti universitari sono di norma solo in lingua italiana (anche se diversi atenei stanno riformando l’offerta). Infine le difficili condizioni generali del mercato del lavoro scoraggiano chi, muovendosi, cerca lavoro anche per il partner.

Un’ultima domanda. Come autrice della ricerca, quali sono gli spunti e le riflessioni più rilevanti da trarre?
Penso ci siano due considerazioni importanti. La prima è che i nostri dati dimostrano che la circolazione degli scienziati è molto intensa, in proporzione assai più forte di quella dei lavoratori meno qualificati. I flussi che una volta erano tipicamente lineari e monodirezionali, con un travaso costante di scienziati dai Paesi poveri verso quelli ricchi, stanno diventando più complessi e più circolari. Fra Paesi con sistemi di ricerca mediamente evoluti, la circolazione continua di cervelli è un fatto normale e irreversibile che alimenta lo scambio profondo di conoscenza. Questo deve far riflettere sulla necessità sempre più forte di creare ambienti stimolanti e percorsi di carriera attrattivi e dinamici.
La seconda è che i nostri dati confermano quanto già predetto dalla teoria: gli scienziati mobili sono in media migliori di quelli non mobili, nel senso che pubblicano su riviste a maggior impatto e ricevono più citazioni. Sappiamo inoltre che hanno maggiore propensione a stabilire contatti internazionali e, quando lo fanno, i loro network producono risultati migliori. Non sappiamo se questo differenziale positivo sia causato dal fatto che durante la permanenza all’estero gli scienziati abbiano lavorato in ambienti di ricerca più ricchi e stimolanti, o sia invece causato dal fatto che sono i migliori ad avere reali opportunità di muoversi, o ancora se la mobilità geografica stessa contribuisca ad alimentare i processi creativi. Forse tutte e tre i fattori agiscono contemporaneamente.
Di certo sappiamo che a consuntivo si tratta degli individui con maggiori probabilità di produrre scoperte scientifiche rilevanti, di costruire reti di lavoro ricche per sé e per i propri allievi e studenti. Da questo punto di vista, non è tanto importante prevenire la fuga dei talenti nazionali, quanto assicurarsi una fetta dei talenti in circolazione: migliori scienziati in Italia significa anche studenti più preparati e più esposti a un ambiente cosmopolita.



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