PUNTARE SULLE PERSONE CAPACI PER CONTRASTARE UNA CLASSE DIRIGENTE MEDIOCRE

Premiare il metodo, avanti con i talenti

Intervista con Francesco Saita, Direttore Scuola Superiore Universitaria – Bocconi e Guido Martinelli, Direttore SISSA

Cosa significa avere talento. Forse vuol dire avere un’apertura mentale, una visione, una capacità di investire su se stessi e di mettersi in gioco, per raggiungere e realizzare il proprio sogno nel cassetto. Forse vuol dire ancora impegnarsi, più e meglio degli altri, per emergere in un contesto professionale che spesso premia i mediocri e blocca l’ascesa sociale di chi invece non ha alle spalle genitori affermati e grandi possibilità. Se così è, c’è da guardare con una certa preoccupazione alla i crisi che investe oggi il nostro Paese perché c’è il rischio che possa scoraggiare ed impedire di affermarsi a chi ha talento ma purtroppo non i mezzi. Il costo è quello di avere una classe dirigente mediocre, che non è preoccupata di una particolare situazione aziendale, delle risorse che deve gestire o del bene Paese, ma unicamente di preservare se stessa. Di talento abbiamo parlato con chi se ne intende, ovvero con Francesco Saita e Guido Martinelli, rispettivamente Direttore della Scuola Superiore Universitaria della Bocconi e della SISSA, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.


Per uscire dalla crisi investire sulle competenze, sulla professionalità, sul talento, su chi è in grado di fare la differenza. Tutti d’accordo, poi …?
Saita - Poi, è vero, non sempre alle parole seguono i fatti. Ma ci sono due aspetti del problema da considerare. Uno è quello che non tutte le istituzioni o aziende sono abbastanza attente ad attirare i talenti costruendo un ambiente meritocratico e capace di responsabilizzarli e valorizzarli. Ma l’altro aspetto è che non tutte le persone (da studenti o da lavoratori) dedicano abbastanza energie o sono abbastanza imprenditoriali nel cercare prima il percorso universitario e poi il luogo di lavoro che possa consentire di migliorarsi (quasi mi verrebbe da dire costringere a migliorarsi). Il mercato del lavoro che oggi un ventiduenne si trova davanti è enormemente diverso rispetto a quello che aveva davanti suo padre alla stessa età e pone sfide molto maggiori: per questo è l’individuo in primis che deve chiedersi ogni giorno che cosa possa arricchire le proprie competenze e la propria professionalità. Anche per poter essere poi in condizioni di scegliere nella propria vita lavorativa.
Martinelli - Non è un caso che la Silicon Valley sia vicino a Stanford, una delle Università più prestigiose del mondo, o che uno degli imprenditori di Taiwan la cui industria produce circa la metà delle tastiere di una delle più note marche di PC al mondo abbia conseguito un PhD in Astrofisica. O ancora, che alcune delle maggiori innovazioni tecnologiche di tutti i tempi siano nate dalla ricerca di base. Talento e professionalità sono il capitale immateriale che costituisce il seme da cui nasce il progresso economico, come è mostrato da quei Paesi che hanno più investito in formazione e ricerca.

Italia, Paese pieno di talenti troppo spesso inespressi o poco utilizzati. A volte mortificati. È proprio così?
Martinelli - È certamente vero a livello di sistema Italia, sebbene ci possano essere lodevoli eccezioni. Un giovane scienziato brillante formato nelle nostre università ha ottime probabilità di fare una rapida carriera all’estero, e di trovare le risorse per le proprie ricerche. In Italia invece è condannato a una carriera fortuita soggetta a blocchi di tutti i generi, e deve penare per ottenere i finanziamenti. Qualche esempio: non sono stati ancora assegnati i fondi “PRIN” della ricerca del 2010, e se tutto va bene arriveranno nel 2013; non facciamo concorsi per immettere giovani meritevoli come professori universitari da quasi cinque anni, in attesa di riforme ripetutamente annunciate ma attuate con grandissimo ritardo. Ci sono casi di “cervelli rientrati” con il miraggio di un posto universitario, persone di altissimo livello scientifico, che ora stentano a trovare una sistemazione a causa del blocco del turn over. In questa situazione i cervelli continueranno a emigrare (anzi ne scapperanno in misura maggiore - per non tornare mai più). La conseguenza? Non saremo più in grado di produrne perché la generazione precedente sarà pensionata o morta di vecchiaia.
Saita - L’Italia è un Paese in cui ci sono certamente moltissimi giovani che hanno capacità uniche in termini di creatività nell’affrontare i problemi, ma anche spesso di capacità analitiche, di determinazione, e in cui c’è una qualità della scuola secondaria superiore che è ancora (in molte scuole) elevata rispetto anche ad altri Paesi europei. Ma non sempre si comprende quanto sia importante investire nella formazione del capitale umano di un Paese, e nel sapere trattenere i talenti migliori. Il problema tuttavia è anche a volte dei singoli: l’investimento in formazione è uno dei più importanti che si possa immaginare per un individuo, e non può essere fatto sulla base di scelte approssimative. Ciò vale sia quando si investe in formazione prima di cominciare a lavorare, sia quando tale investimento avviene nel corso della propria vita lavorativa, dato che serve uno sforzo continuo per restare al passo con l’evoluzione dell’ambiente che ci circonda e del mercato del lavoro.

Per molti il talento è innato, per altri lo si impara ad avere, per altri ancora è una questione di lavoro e di sudore. Per lei?
Saita - Ognuno di noi ha delle doti di partenza, anche se di tipo diverso. Ci sono caratteristiche che sono innate o che si sviluppano molto presto, in termini di capacità analitica, ma anche relazionale, o di propensione alla leadership. Ma come nello sport, dove non tutti coloro che hanno un talento di base hanno anche la disciplina e la motivazione per diventare campioni, e dove si può diventare giocatori di ottimo livello (anche se non magari dei fuoriclasse assoluti) anche attraverso l’allenamento e la dedizione, il talento di base va coltivato, e va combinato con una attenzione continua allo sviluppo delle proprie competenze e delle proprie capacità. Altrimenti alla lunga anche il talento si perde, e il “talento grezzo” che si possedeva diventa solo una ragione di più per avere rimpianti.
Martinelli - Per conseguire risultati importanti ci vuole tanto talento (che in genere è innato) ma, parafrasando Churchill, anche sudore, lacrime e sangue. Se c’è la passione, tuttavia la fatica non spaventa.

Quanto fate presso il “Centro di Eccellenza” di cui Lei è Direttore per far emergere competenze, alta qualifica, capacità?
Saita - Sul fronte delle competenze, ci siamo sempre sforzati di definire un curriculum di studi rigoroso e completo, che è continuamente monitorato e affinato per garantire che sia allineato con quanto richiesto per competere ai massimi livelli nel mondo del lavoro. Inoltre, il fatto di offrire agli studenti del secondo anno delle lauree magistrali la possibilità di scegliere fra un numero di corsi opzionali così ampio (circa 130) da aver pochissimi paragoni fra le università europee consente di seguire un percorso di specializzazione estremamente approfondito. Proprio per l’attenzione che riserviamo ai profili di eccellenza, dall’anno scorso abbiamo anche aperto, per un numero molto selezionato di studenti, la possibilità di scegliere un corso opzionale fra i corsi di PhD. Ma le capacità sono altrettanto importanti, e cerchiamo di svilupparle attraverso il ricorso ai lavori di gruppo, alla discussione di casi e testimonianze, e favorendo l’interazione dei nostri studenti che, è bene ricordarlo, comprendono una percentuale significativa di studenti stranieri che scelgono Bocconi dopo aver conseguito lauree di primo livello all’estero. Lavorare in un ambiente internazionale, con compagni di corso che hanno superato una rigorosa selezione per essere ammessi, è di per sé una fonte di stimoli impareggiabile. Da ultimo, cerchiamo di insistere su meritocrazia e rispetto delle regole come criteri di fondo di una organizzazione che cerca di favorire il talento; ciò vale sia nel selezionare gli studenti per il sistema di borse di studio o per le opportunità di studio in exchange program all’estero, ma anche nelle valutazioni dei docenti, dato che anche i salari dipendono non solo dalla posizione ricoperta ma dalla performance sia nell’attività di ricerca che in quella didattica.
Martinelli - Abbiamo avviato molte iniziative di eccellenza per attirare da tutto il mondo i migliori giovani nei settori di nostro interesse (borse particolarmente remunerative, progetti scientifici dedicati ai più giovani, cospicui finanziamenti di start up). L’immagine dell’Italia all’estero oggi è piuttosto appannata, e non siamo sufficientemente attraenti per giovani brillanti. Per non parlare dei problemi di carriera e di risorse.

Come è possibile valutare in anticipo le persone che hanno potenzialità da leader?
Martinelli - Fantasia, profondità di pensiero, autonomia, spirito di iniziativa, capacità organizzativa sono tra le qualità auspicabili per un ricercatore di successo, e dunque potenzialmente di un leader. Anche il carattere e la facilità di tessere relazioni interpersonali sono certamente importanti. Se poi si è anche fortunati ancor meglio, ma questo non è tra le qualità valutabili.

Una volta individuato, qual è il destino del talento? Come inquadrarlo e avvalersene al meglio? E poi, come premiarlo?
Saita - A mio avviso è fondamentale che il potenziale talento comprenda di essere in un ambiente che può valorizzarlo, consentirgli di assumere responsabilità crescenti, e dove i risultati sono riconosciuti e valutati, anche se a volte questo può avvenire in un’ottica di lungo periodo. Non è certamente prima di tutto una questione di soldi, quanto del possibile percorso di sviluppo personale e professionale che un’azienda o una istituzione può offrire, della possibilità di acquistare autonomia e visibilità all’interno dell’organizzazione. Avere la possibilità di fare in prima persona una parte di una presentazione di fronte a un cliente importante o ai vertici della propria azienda, invece di limitarsi a preparare le slide per una presentazione fatta interamente dal proprio capo e a cui non si assiste neppure, può essere più importante per un talento di quanto non sia un premio monetario. E spesso un talento vero capisce rapidamente in quale tipo di organizzazione sia finito.
Martinelli - Alla persona di talento vanno offerte le opportunità di svolgere la propria attività di ricerca offrendo un’organizzazione efficiente, spazi, risorse strumentali e possibilità di avere collaboratori. Poi sta a lei/lui trovare finanziamenti esterni (Comunità Europea, fondi nazionali o privati). In Italia le rigidità burocratiche non consentono di differenziare gli stipendi, ma con fondi esterni questo è parzialmente possibile.

Però se di vero talento si tratta, con più facilità può decidere di andare via. Che cosa fare per non ritrovarsi ad aver investito tempo e denaro su una persona che poi può lasciarti da un momento all’altro?
Martinelli - Non è un problema che le persone vadano via, purché allo stesso tempo le condizioni nel nostro Paese siano tali che alcuni stranieri vogliano venire a far ricerca in Italia, o gli italiani rientrare nei luoghi di eccellenza. Solo così il saldo può essere alla pari o addirittura positivo. Oggi, al contrario, data la scarsa attenzione di governi e politici per la ricerca, la scarsità di finanziamento, la burocrazia e i bassi salari, l’Italia per giovani brillanti rappresenta un Paese da cui partire piuttosto che arrivare.
Saita - Prima di tutto, è sempre meglio trovarsi nella condizione di essere una organizzazione che attira talenti, e conseguentemente rischia anche a volte di perderli, che di un’organizzazione che non rischia di perderli perché non li ha e non sa attrarli. Certo, per mantenere un talento bisogna saper offrire un percorso di crescita in un contesto di meritocrazia e di attenzione alla persona, e a volte, man mano che si sale nei livelli di carriera, questo può portare a scelte difficili e alla perdita di candidati validi. Da quando la Bocconi ha iniziato a reclutare i propri docenti unicamente sul mercato internazionale, attirando numerosi professori che insegnavano in prestigiose università straniere, sono aumentati anche i rischi che i docenti Bocconi potessero ricevere offerte da altre università straniere di prestigio eccezionale. Tuttavia, anche nei pochi casi in cui qualcuno ha lasciato, le qualità mostrate nella nuova università hanno fatto capire quale fosse il livello della Bocconi da cui proveniva, e ci ha reso ancora più attraenti agli occhi di altri talenti nella comunità accademica internazionale. Lo stesso vale per un’impresa: se tanti che sono passati da quella impresa da giovani hanno saputo fare una grande carriera altrove qualsiasi neolaureato di talento potrà capire che quell’azienda può essere una “scuola” di importanza fondamentale nello sviluppo del proprio percorso personale. Se si è capaci di attrarre persone di valore, per un talento che si perde ne può arrivare un altro capace di portare nuove idee e nuova innovazione.

Sono le persone di capacità a far sopravvivere una Istituzione, un’Amministrazione o un’Azienda. Oggi però in Italia spesso regna la mediocrità o la troppa presenza di figure di basso profilo nei centri di responsabilità. Condivide? E nel caso, come uscirne?
Saita - Certamente qualsiasi istituzione o azienda ha bisogno non solo di grandi leader ai vertici, ma di persone competenti e motivate in tutte le posizioni, anche le meno visibili. Io credo innanzitutto che ci sia un grande bisogno di guardare di più agli esempi positivi che ci sono a volte anche in Italia, nelle aziende che innovano e esportano, nelle istituzioni culturali e universitarie che sono riconosciute a livello internazionale, in quelle parti della Pubblica Amministrazione in cui leader nazionali e locali sono riusciti a realizzare cambiamenti di cultura e di livello di servizio che prima erano riconosciuti impensabili. Dobbiamo metterci davanti agli occhi questi esempi è capire che il cambiamento è sempre possibile e ci sono, e proprio in Italia, anche grandi esempi da imitare. In secondo luogo serve, nei singoli individui e nelle istituzioni, una maggiore cultura della meritocrazia, e serve non aver paura della competizione, accettando di mettersi sempre in discussione, imparando ad avere il coraggio di alzare ogni giorno il proprio livello di ambizione. Anche la scelta di un corso di laurea non può essere la ricerca della protezione dalle incertezze del mercato del lavoro, che ci saranno sempre (e molto più che per la generazione precedente), che lo si voglia o no. Dovrebbe essere invece l’inizio di un percorso in cui uno studente inizia a concepirsi come un imprenditore che sta investendo su ciò che ha di più prezioso, cioè se stesso, cercando ogni giorno di andare un po’ più al di là dei propri limiti, con il desiderio di tirar fuori, per sé e anche per il proprio Paese, il meglio di cui è capace.
Martinelli - Penso sia un’affermazione troppo generica per essere vera. Certamente in questo Paese la meritocrazia non è una priorità: ci sono persone che pur avendo fatto disastri come dirigenti di una struttura vengono promossi (per motivi non sempre confessabili) a dirigerne e rovinarne altre. Tuttavia ci sono molte realtà di altissimo livello, dirette da persone esemplari, capaci di vincere il confronto con prestigiose realtà di altri Paesi sviluppati. Per uscirne è necessario scegliere la persona più adatta a un certo ruolo per capacità e competenze, eventualmente affidando la selezione a esperti esterni/stranieri e senza interessi nell’istituzione in questione.



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