SPAZIO ALLE DONNE, CON LORO UN AUMENTO DEL PIL FINO AL 7%

Valorizzare il potenziale rosa per crescere in economia

Intervista con Patrizia De Rose Capo Dipartimento per le Pari Opportunità

La Presidente Anna Maria Tarantola, già vice Direttore della banca d’Italia, in numerosi convegni ha sottolineato che “L'aumento del tasso di occupazione femminile influenzerebbe positivamente la produttività del sistema Paese riducendo il rischio povertà" e che il conseguimento dell'obiettivo del Trattato di Lisbona di un tasso di occupazione femminile al 60% comporterebbe un aumento del Pil fino al 7 per cento. Da qui bisogna partire ovvero investire sulle potenzialità inespresse delle donne per far crescere economicamente e culturalmente il nostro Paese. Ne abbiamo discusso con Patrizia De Rose, Capo Dipartimento per le Pari Opportunità.


“Donne al centro di una strategia di crescita”. “Puntare sulle donne per crescere in economia”. “Contro la crisi nera, il lavoro rosa”. Tanti titoli, dibattiti, convegni, ma poi come stanno realmente le cose? Quali numeri descrivono meglio la situazione?
I recenti dati Istat sull’occupazione femminile impongono una riflessione. L’Istituto nazionale di statistica riferisce che se l’occupazione femminile dal 1993 al 2011 è aumentata i due terzi di questo incremento sono peraltro riconducibili al fatto che il lavoro delle donne è caratterizzato più frequentemente degli uomini da contratti non standard quali contratti atipici o a part-time; in tanti casi, tra l’altro, la seconda soluzione non risulta essere una libera scelta ma un’imposizione. E ancora : il 33% delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce redditi da lavoro, a fronte di una media dell’unione europea pari al 19,8% con delle punte di eccellenza come nei paesi scandinavi in cui le coppie in cui la donna non guadagna arrivano solo al 4%.
In netto contrasto con questo quadro ci sono poi i dati relativi all’istruzione, dove le donne raggiungono indiscutibilmente risultati migliori rispetto ai colleghi uomini: nei concorsi pubblici siamo, infatti, più brave e preparate. Quale è il vero problema? In realtà credo che ci sia da una scarsa attenzione e considerazione delle potenzialità delle donne. Una loro maggiore partecipazione al mercato del lavoro porterebbe, invece, ulteriori benefici allo sviluppo del Paese. accrescendone la ricchezza economica in termini di produttività.

L’accesso al lavoro, la mancanza di carriere e la concorrenza negata, la distanza rispetto ai colleghi uomini. Dove si concentrano le principali disparità, le principali discriminazioni?
Il nodo del problema, a mio avviso, trova origine nel tema della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Nel nostro Paese le poche risorse messe in campo dal sistema di welfare sostengono molto poco la condizione della donna lavoratrice che, costretta dagli obblighi familiari rinuncia, suo malgrado, a far carriera o in casi estremi al posto di lavoro.
È necessaria una maggiore flessibilità lavorativa tesa a favorire ad esempio il part- time; o la possibilità di lavorare fuori sede (con il telelavoro); orari di lavoro adeguati agli impegni scolastici dei figli e asili nido all’interno delle aziende. L’importante è che tali strumenti non si trasformino in un boomerang per le donne (ad es. mancata progressione nella carriera o minore guadagno), ma contribuiscano al cambiamento del modello lavorativo più orientato alle esigenze delle lavoratrici e delle loro famiglie.
Ancora oggi l’arrivo di un figlio comporta per la donna uno svantaggio nella sua continuità lavorativa. Dai dati Istat (indagine del 2009) risulta che più di un quarto delle donne occupate in età feconda, nell’anno 2003, che intendevano avere figli e l’hanno avuto, in seguito hanno interrotto il proprio lavoro a causa della maternità o poco tempo dopo la nascita del primo figlio.
La recente riforma del mercato del lavoro dà però un segnale positivo nella giusta direzione. Mi riferisco, ad esempio, all’introduzione del congedo di paternità obbligatorio, in linea con quanto previsto in altri Paesi Europei, che dovrà essere riconosciuto al padre lavoratore entro 5 mesi dalla nascita del figlio o all’introduzione di un voucher per la prestazione di servizi di baby sitting o per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati.
In particolare con il congedo di paternità obbligatorio si è voluto favorire un cambiamento culturale teso ad accrescere la consapevolezza che entrambi i genitori - uomo e donna alla pari - sono equamente responsabili nella gestione e nella crescita dei figli. Il carico della cura familiare non può e non deve ricadere solo sulla donna.

Donne al lavoro per legge. Cosa pensa delle quote rosa?
Personalmente non sono favorevole ma credo che l’utilizzo delle quote di genere siano un utile strumento per consentire alle donne di accedere al mondo del lavoro e di rompere il c.d.”tetto di cristallo”, specie se le stesse assumono carattere temporale, come previsto dalla legge 120 del 2011 che impone alle società quotate e non di riservare, per tre mandati consecutivi, all’interno degli organi sociali una quota pari ad almeno un quinto dei propri membri al genere meno rappresentato.
In questo caso non ci troviamo di fronte ad una parità di genere imposta per legge bensì ad un intervento normativo equilibrato ed efficace che contribuisce a cambiare l’immagine della donna, immagine che intendiamo sostenere e diffondere. Dimostrazione è che le c.d. “quote” non saranno eterne (la norma trova applicazione solo per tre mandati dei CdA e dei Collegi sindacali) ma apriranno una strada per innescare un meccanismo che renda la rappresentanza dei generi all’interno dei board più equilibrata.
Un uso delle quote limitato nel tempo servirà, pertanto, a favorire il processo di rinnovamento culturale a supporto di una maggiore meritocrazia e di opportunità di crescita.

Perché all’estero le cose funzionano meglio, molto meglio?
È doveroso fare un distinguo tra i Paesi del nord Europa e quelli del Sud Europa (Italia, Francia, Spagna, Grecia). Nei primi il cambiamento culturale cui ho fatto cenno prima è avvenuto già da parecchi anni. Oggi, in Svezia, grazie a una politica iniziata negli anni Settanta e particolarmente attenta alle pari opportunità, il 71,8% delle donne (dati della Commissione europea) ha un impiego (la maggior parte nel settore privato). Questo accade anche in virtù delle molte agevolazioni di cui le mamme godono: le donne che dirigono compagnie private ottengono dallo Stato un rimborso per le spese della casa, il congedo di maternità è di 18 mesi ed è interamente pagato per il primo anno, senza dimenticare che anche il padre può rimanere a casa per due settimane percependo l'80% dello stipendio. Nei Paesi del Sud Europa il cambiamento è ancora in atto, i Governi sono consapevoli che oltre ad impegnarsi a favore della parità di genere è necessario tradurre in termini operativi i princìpi e gli obiettivi prioritari indicati dall’Unione Europea.

Leadership al femminile. Quali settori vedono maggiormente la presenza di donne nei posti che contano?
La presenza femminile si concentra maggiormente nel c.d. terzo settore ed, in particolare, nell’ambito dei “servizi personali” e dei “servizi sociali”. Secondo il Rapporto annuale 2012 dell’ISTAT nell’ambito dei c.d. servizi alla persona (alberghi e ristorazione, servizi ricreativi e servizi domestici) e dei servizi sociali (sanità, istruzione) la presenza femminile è doppia rispetto a quella maschile. L’istruzione rimane il comparto dei servizi sociali con la più alta presenza femminile.
Nel nostro Paese, come già detto in precedenza, si registra un trend positivo nel mondo dell’imprenditoria femminile. La realtà lavorativa che meglio conosco è quella della Pubblica Amministrazione, all’interno della quale, secondo i dati forniti dal Dipartimento della Funzione Pubblica, su un totale di 370 dirigenti generali dello Stato Centrale, le donne sono 132 (36%), mentre delle 44 posizioni dirigenziali apicali soltanto 10 sono ricoperte da donne (il 23%). Allo stesso modo, su un totale di 8.722 magistrati ordinari in servizio, solo il 46% di essi è donna. I magistrati amministrativi sono 461, di cui solo 94 donne (il 20% del totale). Nessuna donna è Presidente di un T.A.R., o Presidente aggiunto, o di sezione del Consiglio di Stato. La strada da percorrere è ancora lunga e in salita.

Intanto cresce l’imprenditoria al femminile e il tasso di mortalità delle aziende gestite da donne è nettamente minore rispetto a quello degli uomini. Cosa significano questi numeri?
Unioncamere rileva che quasi il 24% delle aziende sono gestite o sono di proprietà di una donna e che nel 2011 si è registrato un incremento di circa 10mila nuove imprese “rosa” localizzate soprattutto nel centro Italia, con un tasso di crescita rispetto al 2010 dello 0,7% (contro lo 0,2% di quelle maschili). Si tratta di un buon risultato dovuto anche all’attuale contesto di difficoltà congiunturali. Aumenta l’imprenditoria femminile perché si riducono le possibilità di lavoro dipendente soprattutto per le donne, che vengono così spinte a posizionarsi sul mercato del lavoro attraverso l’impresa. Aprire un’attività diventa una delle poche possibilità di affermazione professionale per le donne. Non dimentichiamo che l'imprenditorialità femminile è un programma politico chiave per le istituzioni europee. Già nel 2005, infatti, per far sì che le PMI beneficiassero delle misure individuate nell'ambito della Strategia di Lisbona, la Commissione si impegnava a “lavorare con le autorità nazionali per affrontare quei settori, come l’accesso al credito e alle reti imprenditoriali, in cui le necessità delle donne imprenditrici non sono sufficientemente soddisfatte”. Di recente, anche il Consiglio dell'Unione europea è intervenuto sul tema, adottando il Patto europeo per l'uguaglianza di genere per il periodo 2011-2020. In questo importante documento, il Consiglio riconosce la parità uomo-donna come un valore fondamentale dell'Unione europea e attribuisce alle politiche che la sostengono un'importanza decisiva per stimolare la crescita economica, la prosperità e la competitività.
Tra le misure proposte per combattere la segregazione nel mercato del lavoro, figura anche la promozione dell'imprenditoria femminile e della partecipazione delle donne alla vita politica ed economica.

Perché resistono meglio e di più di quelle maschili?
Le donne imprenditrici hanno generalmente una propensione al rischio più bassa rispetto agli uomini; questo determina una minore esposizione finanziaria e, in un periodo di forte crisi economica, una maggiore tenuta di fronte ai contraccolpi della recessione. Oltre ad essere più prudenti le imprenditrici, pur ricorrendo a prestiti bancari o a fidi come gli uomini, tendono a far leva prima di tutto sulle loro risorse e forze ed hanno un tasso di insolvenza, rispetto ai loro colleghi, molto basso. Dato, questo, che viene riconosciuto dagli stessi istituti di credito.
Nonostante ciò sono molte le difficoltà che le imprenditrici si trovano ad affrontare quotidianamente. Una su tutte è la discriminazione da parte delle banche, che si manifesta nell’erogazione di credito a costi più alti di quelli applicati agli uomini. Una disparità di trattamento che viene da lontano, da un passato in cui le donne non erano presenti come ora nell'imprenditoria. La situazione può variare da territorio a territorio ma il problema è nazionale, e - come più volte sottolineato nel corso dell’intervista- culturale.

Vecchi obiettivi nuove politiche per una vera parità. Quali progetti portate avanti come Dipartimento?
Siamo impegnati su più fronti ma l’obiettivo è uno soltanto: garantire i diritti di tutti, senza distinzione di sesso, razza, etnia, orientamenti personali o condizioni sociali e promuovere le pari opportunità.
In particolare il Dipartimento per le pari opportunità sta attuando l’Intesa sottoscritta nell’anno 2010, per un valore di 40 milioni di euro, con tutte le Regioni per promuovere iniziative di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Ad oggi sono state impegnate circa l’85% delle risorse disponibili per ridurre i tempi di attesa per i nidi e per potenziare i servizi per l’infanzia (Sardegna, Lazio, Toscana, Veneto); per erogare voucher per servizi di cura per l’infanzia e per gli adulti in difficoltà (Piemonte, Liguria, Calabria, Sicilia); per proporre formazione, piani di congedo e di flessibilità per le lavoratrici (Emilia Romagna, Puglia); per incentivare le imprese che assumono donne con figli piccoli (Lombardia); per creare nuove opportunità di lavoro per le donne (Umbria, Molise, Marche, Friuli Venezia Giulia), e per azioni di sensibilizzazione rivolte ai padri per i papà (Piemonte, Sardegna).
Sul fronte violenza di genere a seguito dell’approvazione del primo Piano Nazionale contro la violenza di genere e lo stalking, (ottobre 2010), il Dipartimento per le pari opportunità ha realizzato, nell’ultimo anno, numerosi interventi volti a sostenere i centri antiviolenza, le case rifugio e gli altri servizi pubblici e privati di aiuto alle donne vittime di violenza. Nei prossimi giorni partirà in tutte le scuole di ogni ordine e grado la “Settimana contro la violenza”, giunta alla quarta edizione. Si tratta di un progetto educativo e formativo, giunto ormai alla quarta edizione, volto a favorire un insegnamento fondato sulla conoscenza dei diritti fondamentali, sull’educazione alla legalità e al rispetto tra i generi.
In difesa dei diritti dei più piccoli, oltre alla campagna informativa del numero verde 114, attualmente trasmessa sui principali network, segnalo che nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato il disegno di legge di ratifica, seguito dal Dipartimento per le pari opportunità, della Convenzione del Consiglio d'Europa (Convenzione di Lanzarote) per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale.
E ancora: discriminazioni razziali, disabilità, diritti delle persone LGBT temi importanti e delicati che affrontiamo ogni giorno, sui quali siamo costantemente impegnati. Il nostro sforzo è di superare i divari, favorendo il cambiamento culturale necessario per consentire a tutti – uomini e donne – di conquistare legittimi traguardi partendo da posizioni di parità, valorizzando le capacità ed i meriti. Per ulteriori approfondimenti è consultabile il nostro sito: www.pariopportunita.it.



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