L'Italia tra il lavoro che manca e la voglia di impresa

A cura di UNIONCAMERE

La crisi ha un duplice aspetto. Da un lato il lavoro che manca, che non c’è, che non si trova. In alcune zone italiane più che in altre. E così troviamo situazioni di vera emergenza nel Sud, meno al Nord cove comunque si registrano saldi negativi rispetto all’anno precedente. Come dire anche a Milano, Udine, o nel Nord Est non se la passano proprio bene. E poi c’è la grande voglia di impresa, di pesare le proprie capacità a dispetto della crisi e di uno Stato che non ti aiuta. E così ci si rimbocca le maniche e si prova a vincere la sfida del lavoro mettendosi in proprio. E si conferma la tendenza di una crescita dell’imprenditoria femminile. Come dire, sempre più donne nelle roccaforti maschili.
Questi due scenari sono stati analizzati da Unioncamere attraverso studi dettagliati.


OCCUPAZIONE:
IL LAVORO SI RIDURRÀ SEMPRE DI PIÙ

L’allarme occupazione suona più forte al Sud: su 70 province nelle quali il calo dell’occupazione dipendente andrà al di sotto della media nazionale (-1,1%), 35 sono del Meridione, partendo da Enna, Ragusa e Siracusa (che superano o si aggirano intorno al -3%) e concludendo con Avellino (-1,3%). Unica eccezione è Napoli, dove la riduzione dell’occupazione dipendente non dovrebbe scendere oltre il -0,8%. In concreto, ciò significa che circa un terzo dei 130mila posti di lavoro che andranno persi quest’anno si concentrerà proprio nelle regioni del Mezzogiorno.
Attesa e cautela nel procedere alle assunzioni. Il clima carico di incognite che contraddistingue questi mesi impronta alla massima cautela i programmi di assunzione delle imprese italiane.
In termini assoluti, sono poco più di 631mila le assunzioni di dipendenti che le imprese prevedono di effettuare nel 2012, il 25% in meno rispetto al 2011. Oltre al contesto economico, su questo deciso rallentamento delle entrate previste potrebbe aver inciso anche un certo attendismo legato agli esiti della Riforma del mercato del lavoro. Ciò è confermato anche dalla contemporanea riduzione delle uscite attese (-18%), che si fermano a 762mila: si profila dunque una crescente staticità dell’occupazione nelle imprese, visto che sia il tasso di entrata (5,5%) che quello di uscita (6,7%) mostrano una tendenza decrescente, particolarmente accentuata nell’ultimo anno (erano rispettivamente il 9,5% e l’8,5% nel 2008). La debolezza nell’andamento delle entrate è inoltre la principale determinante del saldo negativo tra entrate e uscite (-130.510 unità), che, pur facendo seguito a più di tre anni di intensa flessione occupazionale, tuttavia è meno marcato rispetto a quanto emerso nel biennio 2009-2010, quando la contrazione si innescò sul tessuto imprenditoriale in maniera più violenta, determinando saldi negativi rispettivamente di 213mila e 178mila posti di lavoro.
42mila posti di lavoro in meno nel Mezzogiorno. Il contesto, tuttavia, tende a penalizzare ulteriormente le aree più deboli del Paese, a cominciare dal Mezzogiorno (oltre 42mila i posti di lavoro in meno, con un tasso di -1,7%), con le province siciliane che, nel loro complesso, vedranno ridurre l’occupazione dipendente del 2,2%, perdendo oltre 11.500 posti di lavoro. Se Enna, Ragusa e Siracusa occupano le prime posizioni della classifica dei tassi più negativi (e saldi in termini assoluti rispettivamente pari a -430, -990 e -1.260), nelle prime 24 posizioni (nelle quali la variazione dell’occupazione dipendente prevista è pari o superiore al -2,0%) si incontrano altre 4 province siciliane: Messina (-2,3% per 1.590 posti di lavoro in meno), Catania (-2,3%, -2.920 il saldo), Caltanissetta (-2,0%, -530) e Agrigento (-2,0%, -610).
Al quarto e quinto posto della classifica provinciale, due province laziali, Viterbo e Latina, che, con una riduzione prevista per entrambe dell’occupazione del -2,5% e un saldo negativo atteso rispettivamente di -890 e -1.980 dipendenti, abbassano la – relativamente buona – media regionale pari al -1,0%. Nelle posizioni che seguono è tutta una successione di province meridionali, tra le quali spicca – come prima provincia del Nord - la nona posizione di Aosta, dove il bilancio tra entrate e uscite fa prevedere un saldo negativo di 640 unità pari a una contrazione dell’occupazione dipendente del -2,3%. Alla consistente riduzione di posti di lavoro attesa nel Mezzogiorno e, in misura più contenuta, anche al Centro (-1,2% il tasso atteso con un saldo di -28mila unità), fa da contraltare il rallentamento occupazionale meno insistito di diverse province del Settentrione, dove comunque le due ripartizioni fanno prevedere un tasso negativo del -0,9% e una perdita di quasi 36mila posti di lavoro nel Nord-Ovest e di oltre 24mila nel Nord-Est.
Bolzano è in assoluto la provincia in cui l’occupazione dipendente nel 2012 si ridurrà di meno (-0,3% il tasso, pari a una riduzione di 440 unità). Seguono Piacenza (-0,4% e -230), Padova (-0,4% e -950), Lodi (-0,4% e -160), quindi una piccola pattuglia di territori in cui la riduzione dell’occupazione alle dipendenze si dovrebbe assestare sul -0,5% (Vicenza, Como, Verona, Milano).
Considerando la dinamica dell’occupazione in termini assoluti emerge però la grande difficoltà ed il conseguente impatto sociale che stanno vivendo le province con grandi aree urbane. Le previsioni di assunzione delle imprese evidenziano così che a Torino, nel corso del 2012, potrebbero ridursi i posti di lavoro dipendente di oltre 7.600 unità, a Roma di oltre 6.600, a Milano di poco più di 5.500, a Firenze di quasi 3.900 e a Bari di 3.800. Napoli, che peraltro è l’unica provincia del Sud a far prevedere una riduzione dell’occupazione di “solo” lo 0,8%, i posti di lavoro che le imprese si accingono a ridurre saranno oltre 3mila.
Non sono i licenziamenti a pesare sul rallentamento dell’occupazione. La contrazione occupazionale dei dipendenti attesa quest’anno, sebbene relativamente più contenuta rispetto a quella registrata nel 2009-2010, potrebbe far pensare che in questo e negli anni precedenti la scelta preponderante delle imprese sia stata di procedere a riduzioni del personale “forzate”, attraverso, ad esempio, il licenziamento. Questa ipotesi viene puntualmente smentita dalla lettura delle previsioni delle uscite di personale e delle motivazioni che le imprese adducono. Come si vede nella tabella riportata in basso, in realtà le quasi 762mila uscite previste quest’anno sono sensibilmente minori di quelle degli anni precedenti (oltre 170mila in meno rispetto al 2011), seguendo quindi, ma in maniera meno intensa, la dinamica delle entrate, che nel 2012 saranno più di 200mila in meno di quelle previste nel 2011. Ciò induce a credere che le imprese, soprattutto nell’anno in corso, abbiano un discreto timore nell’assumere nuovo personale ma, al contempo, facciano anche grande attenzione a mantenere le risorse umane già stabilizzate ed integrate nei processi aziendali. Quest’anno, infatti, in linea con quanto registrato nel 2008-2009, le uscite per “Altri motivi”, che includono anche i licenziamenti, rappresentano oltre un terzo del totale. La “parte del leone” la fanno invece (e questo sì in aumento rispetto agli scorsi anni) le scadenze di contratto alle quali, evidentemente, non seguono i rinnovi. Alla fine, quindi, sono proprio i lavori a tempo determinato quelli sui quali sta maggiormente ricadendo l’effetto della crisi.


L’IMPRESA È SEMPRE PIÙ DONNA

A dispetto della crisi e in attesa dei dati per l’anno 2012, anche nel 2011 il binomio donna-impresa fa un piccolo passo avanti, allargando la platea delle imprese a guida femminile. Alla fine di dicembre dello scorso anno, infatti, l’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere segnala che sono quasi 7mila le imprese ‘rosa’ in più rispetto al 2010, con un incremento dello 0,5%. A dare maggior significato a questo dato c’è il fatto che il saldo delle imprese femminili compensa più che completamente la performance poco brillante delle imprese al maschile che, nel 2011, hanno fatto registrare un bilancio in rosso per circa 6mila unità. Grazie al bilancio positivo, lo stock delle imprese femminili esistenti alla fine del 2011 poteva contare su 1.433.863 imprese, pari al 23,5% del totale delle imprese italiane.
Lazio (+1,3%) e Lombardia (+0,9%) le regioni che hanno fatto registrare gli incrementi percentuali più consistenti, ma è quasi tutta l’Italia Centro-settentrionale (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche) a mostrare una più spiccata vivacità delle imprese femminili. Quanto a “femminilizzazione” del tessuto imprenditoriale, poi, le regioni leader si confermano quelle della fascia Centro-meridionale. Sempre nell’ordine: Molise (dove le imprese rosa superano il 30% del totale), Basilicata (27,8%), Abruzzo (27,7%) e Campania (26,8%). Tra le province, un sestetto (composto, nell’ordine, da Messina, Ragusa, Monza-Brianza, Fermo, Prato e Catania) mette a segno una crescita superiore al 2%. Turismo e servizi alla persona i settori che lo scorso anno, più degli altri, hanno contribuito all’espansione dell’universo imprenditoriale femminile: rispettivamente con 2.901 e 2.011 imprese in più. Ad attrarre l’interesse delle nuove imprenditrici sono stati anche settori apparentemente meno femminili come le costruzioni (+1.348 nuove attività) e le attività immobiliari (+1.324). In riduzione, invece, la presenza femminile nei comparti delle attività manifatturiere (-852 unità) e del commercio (-746), mentre continua lo storico calo del settore agricolo, principalmente dovuto alla chiusura di iniziative individuali (coltivatori diretti), il più delle volte legate a fattori generazionali.
Dal punto di vista dell’organizzazione dell’impresa, l’imprenditoria femminile continua la rincorsa ai cugini maschi verso l’adozione di forme giuridiche meglio strutturate. La crescita del 2011, infatti, è dovuta totalmente alle società di capitale (+7.756 unità) che, pur essendo il 14,8% del totale (tra gli uomini la quota è del 25,1) crescono ad un ritmo del 3,8% ovvero una volta e mezzo quello delle società di capitale maschili (+2,3). In aumento anche le forme cooperative ei consorzi (497 unità in più, pari all’1,4%), stabile l’universo delle ditte individuali, in calo sensibile le società di persone (quasi 2mila unità in meno, lo 0,6%).



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