PICCOLI IMPRENDITORI CHE PENSANO IN GRANDE

E io mi metto in proprio

Intervista con Diana Bracco - Presidente Fondazione Sodalitas

La recessione ha costruito una imponente barriera all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Da ciò si comprende perché molti giovani tentano la via del fare impresa. Chi lo fa per vocazione, chi per tradizione, altri ancora hanno fatto di necessità virtù ed hanno creato una propria impresa magari in settori che stanno resistendo alla crisi come l’information technology, le attività ricreative e del fitness, l’agroalimentare, la tutela ambientale, le energie rinnovabili, l’assistenza alla persona. Insomma, tanti ragazzi puntano su se stessi e pensano in grande. Un percorso difficile che però merita d’essere evidenziato. Ne abbiamo parlato con Renzo Iorio, Presidente di FEDERTURISMO; Aldo Zamperetti Presidente CONFRANCHISING e Vincenzo Schiavo Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori – CONFESERCENTI.


1. Imprenditori si nasce o lo si diventa? Quanto è la difficoltà ad accedere nel mercato del lavoro “tradizionale” che spinge un giovane a scommettere su se stesso?
2. Quanto piace realmente oggi ai giovani fare impresa?
3. Costruire il proprio futuro. Fisco, burocrazia, incentivi: quali strumenti sono decisivi per evitare che il fare impresa diventi una vera e propria corsa ad ostacoli?
4. Quali iniziative mettete in campo come Organizzazione per supportare quanti decidono di investire capacità, talento, soldi in una attività imprenditoriale?
5. Che futuro attende quanti hanno provato ma non ci sono riusciti? Il fallimento è sempre e comunque un rischio per chi intraprende …
6. Che consigli darebbe ad un giovane che oggi decide di “rischiare in proprio” e puntare a diventare imprenditore?

Fare impresa in Italia non è facile
Intervista con Renzo Iorio - Presidente FEDERTURISMO

“Per favorire nuove iniziative imprenditoriali, attrarre gli investimenti esteri e dotare gli imprenditori di maggiore operatività è necessario semplificare le norme amministrative, ridurre la pressione fiscale e incrementare gli incentivi.

1. Il Rapporto sul mercato del lavoro in Italia 2011-2012 offre una fotografia drammatica della situazione occupazionale del nostro Paese caratterizzato da un progressivo aumento del tasso di disoccupazione e da una forte riduzione dei giovani lavoratori italiani che hanno risentito più di ogni altro delle conseguenze della crisi: in particolare quelli con un titolo di studio basso e i residenti nel meridione. Il calo di produzione e di fatturato delle imprese ha disincentivato l’assunzione del personale con la conseguenza che un giovane su tre è rimasto escluso dal mercato del lavoro e al di fuori di qualsiasi percorso formativo. Per questo l’alternativa per molti di loro è diventata il lavoro autonomo, spesso però sottovalutando che l’indole imprenditoriale è innata non si costruisce, anche se ha bisogno di essere supportata dalla capacità di gestione, innovazione e conoscenza del mercato che si apprende solo con l’esperienza sul campo.

2. Nell’immaginario dei giovani essere imprenditori è sinonimo di autonomia, prestigio e ricchezza. Alcuni scelgono di fare gli imprenditori per passione e tradizione familiare, altri per necessità o perché incoraggiati da esempi di imprenditoria giovanile di successo. Ma al di là della motivazione che li spinge a diventare tali spesso sottovalutano che fare impresa non è un obiettivo facilmente raggiungibile e soprattutto non può essere un rimedio contro la disoccupazione.

3. Ancora oggi il peso della burocrazia e la pressione fiscale restano i maggiori ostacoli per chi decide di sfidare il mercato. La pressione fiscale sulle imprese italiane è la più alta in Europa con uno scarto di oltre 10 punti rispetto alla Francia e al Regno Unito alla quale si aggiungono gli oneri amministrativi da affrontare. Per favorire nuove iniziative imprenditoriali, attrarre gli investimenti esteri e dotare gli imprenditori di maggiore operatività è necessario semplificare le norme amministrative, ridurre la pressione fiscale e incrementare gli incentivi.
In questo periodo di crisi, poi, in cui molte aziende sono fallite o hanno dovuto frenare i loro investimenti produttivi per la difficoltà di accesso al credito a causa delle condizioni troppo restrittive applicate dalle banche è difficile preservare la continuità generazionale di qualsiasi comparto economico. Con gli attuali tassi di disoccupazione giovanile non possiamo più permetterci di avere imprese che non riescono a trovare figure professionali adeguate. Perciò, per cogliere le opportunità dei cambiamenti in atto è indispensabile attivare un maggiore dialogo tra scuola, università e imprese e promuovere la cultura imprenditoriale in particolare attraverso la creazione di reti di imprese e lo scambio di esperienze.

4. Crediamo che le imprese debbano dare un contributo determinante alla formazione professionale. Per creare una diffusa competenza e cultura dell’accoglienza nelle nuove generazioni che si affacciano al mondo del lavoro è importante rivolgere attenzione al ruolo dei licei professionali, in particolare quelli del turismo che devono essere rafforzati. E’ necessario, inoltre, dare spazio all’imprenditorialità giovanile nel turismo, dando sostegno e accompagnamento a un settore che ha bisogno di innovazione di approccio e competenza. Per questo da anni sosteniamo la formazione di figure professionali attraverso corsi di specializzazione e Master Universitari in Economia e Marketing del Turismo in collaborazione con l’Università Luiss Guido Carli e il Comune di Roma.

5. Chi avvia un'impresa corre inevitabilmente un rischio imprenditoriale e nel rischio sono contemplati sia il successo che il fallimento. Intraprendere una nuova attività dopo un fallimento è estremamente complesso anche se le normative attuali offrono maggiori ma non ancora sufficienti tutele rispetto al passato. Gli imprenditori onesti che hanno sperimentato l'insolvenza, devono poter avere una seconda possibilità: è quanto prevede la comunicazione adottata dalla Commissione europea nel 2008, «Una corsia preferenziale per la piccola impresa», meglio nota come Small Business Act. Peraltro è evidente che gli interessi dei creditori e le responsabilità personali dell’intraprendere non possono essere derogate.

6. Il turismo è una risorsa essenziale per l’economia del Paese e richiede figure altamente professionali che sappiano reinventare il settore, proponendo formule innovative, concentrandosi in particolare su proposte basate sulla qualità. Rispetto al passato la clientela è sempre più esigente occorre quindi che l’imprenditore sia preparato ad affrontare un mercato globale dove non solo le lingue e le competenze specifiche sono necessarie ma in cui la conoscenza della cultura e dei territori sono fondamentali.


Franchising, una strada sicura
Intervista con Aldo Zamperetti - Presidente CONFRANCHISING

“Il sistema franchising garantisce una valida difesa alle tante incognite, insidie, trabocchetti e rischi diversi che l’impresa comporta. Ovviamente risulta fondamentale la giusta scelta del franchisor da parte dell’aspirante imprenditore ed in questo le associazioni di categoria presenti sullo scenario internazionale offrono un validissimo contributo”.

1. Secondo il codice civile l’imprenditore è “chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine di produzione o dello scambio di beni e servizi". Si tratta quindi di un professionista che assume su di sé tutta la responsabilità di un’attività, assumendone il carico e cogliendone i benefici. Per diventare imprenditore occorre una fase di analisi e valutazione iniziale che verifichi i bisogni della popolazione ed il relativo target di riferimento, l’obiettivo (cioè la risposta a questi bisogni), le risorse già presenti sul territorio e la progettazione del servizio/intervento.
Esistono quindi delle competenze innate che aiutano a diventare imprenditore, ma anche una formazione adeguata può condurre al successo. Tuttavia le caratteristiche personali dell’imprenditore risultano essere i fattori più importanti per il successo delle imprese, anche più importanti delle idee di business o delle strutture industriali. Vediamo alcune: capacità decisionali e autonomia: le decisioni sono il motore di ogni attività, da cui dipendono una catena di azioni. Essere autonomi non vuol dire fare tutto da soli, ma essere in grado di capire quando è il momento di delegare e come; determinazione: unita alla flessibilità e alla capacità di adattarsi alle esigenze esterne; leadership: occorre stimolare il lavoro altrui, controllarlo e affidargli diversi gradi di responsabilità;c omunicazione: l’imprenditore deve essere in grado di comunicare all’esterno (clienti, fornitori, ecc) e all’interno, utilizzando al meglio i vari canali di comunicazione.
Successivamente al primo corso all’imprenditorialità istituito dall’università di Kobe in Giappone nel 1938, questi corsi più o meno professionalizzanti si sono moltiplicati negli atenei e nelle Business School di tutto il mondo. Questa diffusione si accompagna ad una ricerca pedagogica su obiettivi e metodologie innovative.
Ai giovani desiderosi di fare impresa potrei suggerire in sintesi i seguenti obiettivi didattici, intesi come capacità chiave nel diventare imprenditore: conoscenze finalizzate all’iniziativa imprenditoriale; tecniche di analisi della situazione aziendale e dei piani d’azione; supporto delle attitudini all’imprenditorialità; contrastare l’avversione al rischio tipica di molte tecniche di analisi; supportare l’attitudine all’adattabilità e al cambiamento; stimolare la socializzazione affettiva.

2. Il triste scenario: “Non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo. C'è troppa difficoltà di vita quotidiana in diverse sfere sociali, troppo malessere tra i giovani. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare: proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui siamo ricchi. Investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità. Che questa sia la strada giusta, ho potuto verificarlo in tante occasioni”.
Ho riportato qua sopra il messaggio di fine anno 2010 del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano poiché rispecchia esattamente una realtà purtroppo in essere ancora oggi, sul finire del 2012 e trova in me una totale condivisione di strategia: investire sui giovani. In Italia abbiamo battuto il record dei trentenni disoccupati, così riportano le statistiche dell’ufficio studi di Confartigianato che ha elaborato i recenti dati di Eurostat, un triste primato, che per contro e per fortuna ha stimolato nei giovani italiani la voglia di mettersi in proprio.
E da qui la risposta : i giovani preferiscono l’impresa al lavoro subordinato. Ritengo che lo strumento franchising, al quale si rivolge un numero sempre maggiore di giovani, non solo rappresenti un valido supporto per accelerare l’imprenditorialità innovativa, ma che oggi sia una delle strade più sicure per contrastare questo momento di grande difficoltà e quindi rendere più facile il percorso, non così semplice, a tutti coloro che hanno “voglia d’impresa“. Con i corsi formativi delle migliori aziende franchisors si facilita la trasformazione di “pulsioni imprenditoriali” in realtà concrete, accompagnando l’aspirante imprenditore nel percorso che va dalle fasi preliminari, ovvero dalla formazione, dalla successiva costituzione, sino allo start-up della nuova impresa, supportata da certezze e garanzie contrattuali.

3. Oggi il sistema franchising, che a mio modo rappresento, garantisce una valida difesa alle tante incognite, insidie, trabocchetti e rischi diversi che l’impresa comporta. Ovviamente risulta fondamentale la giusta scelta del franchisor da parte dell’aspirante imprenditore ed in questo le associazioni di categoria presenti sullo scenario internazionale offrono un validissimo contributo.

4. Conffranchising si è imposta, sin dalla sua costituzione, una precisa mission: offrire non solo una rappresentanza di categoria, ma in particolar modo consulenza sia ad affilianti che affiliati in franchising, riconoscendo alle due figure pesi e misure differenti ma meritevoli del medesimo impegno da parte nostra. L’affiliato è il militante in trincea che produce reddito e successo per se e per l’affiliante e quindi crediamo sia indispensabile dotarlo del dovuto rispetto e di tutte le armi necessarie. Valutiamo quindi la consistenza delle armi offerte dall’affiliante, ovvero la veridicità di tutto quanto proposto attraverso i sistemi di comunicazione dell’affiliante stesso e se riscontriamo delle lacune, le segnaliamo al potenziale affiliato ed all’affiliante, cercando di trovare una soluzione di comune soddisfazione.
Stiamo attivando corsi di avviamento al franchising in collaborazione con la Facoltà di Economia dell’Ateneo di Urbino per rendere più chiaro ai neofiti lo scenario nel quale intendono diventare co-protagonisti.

5. Il successo è l'abilità di passare da un fallimento all'altro senza perdere il tuo entusiasmo. Questa frase di Winston Churchill ci fa capire quanto l’entusiasmo e la voglia di progettare ed intraprendere vinca sempre sugli inevitabili fallimenti o cadute che la corsa al successo comporta. Il franchising dovrebbe rappresentare una maggiore tutela a difesa dai rischi di default di franchisor o franchisee, anche grazie alla recente legge che disciplina il rapporto contrattuale tra le parti, tuttavia non mancano per gli affiliati le frequenti “comete fallimentari” che portano nella loro scia delusione, perdita di tempo e di denaro, ma anche perdita di immagine per l’affiliante . Per arginare questo problema e per distribuire il rischio d’impresa tra le parti stiamo mettendo a punto un sistema di garanzia che tuteli l’affiliato nei primi 2 anni di attività e lo aiuti a “cadere in piedi” in caso di default (non per sue manchevolezze) grazie ad un rimborso totale dell’investimento garantito da un fondo di garanzia alimentato dall’affiliante.

6. Meglio accendere una candela che brancolare nell’oscurità. Mi si passi quest’ultima frase, questa volta di Emily Dickinson, che faceva parte dell’aforismario di mio padre, acceso interventista assoluto e nemico degli accidiosi e che riassume in sintesi quanto potrei consigliare ad un giovane interessato all’avventura imprenditoriale.
Accendi la candela ed illumina il percorso accentando consigli e, per evitare di bruciarti e limitare i rischi di caduta, scegli il sistema franchising.


Fate largo ai giovani imprenditori
Intervista con Vincenzo Schiavo - Presidente Gruppo Giovani Imprenditori - CONFESERCENTI

“Per continuare a essere competitiva la tradizione ha bisogno di innovarsi. Negli anni passati è stato commesso il gravissimo errore di sottovalutare questo aspetto e sono nate imprese già vecchie, con le pesanti conseguenze che ancora oggi è possibile registrare e la successiva chiusura di aziende neonate. Invece, settori come l’artigianato, possono essere degli importanti serbatoi per l’occupazione di nuovi lavoratori, e potrebbero incidere sensibilmente sull’indice di disoccupazione dei più giovani”.

1. Imprenditori non ci si improvvisa, soprattutto in questo periodo di congiuntura drammatica. I numeri sulla disoccupazione sono drammatici e si rischia di trasformare alcune zone in veri e propri cimiteri sociali. I giovani, in particolare al Sud, sono scoraggiati anche nel cercare lavoro. Puntare su se stessi, sulle proprie idee, può essere quindi un’alternativa. Che però deve essere adeguatamente supportata per evitare il rischio di lanciarsi in avventure senza futuro. Nel nostro Paese, infatti, non si offre ancora sostegno adeguato ai progetti di start-up e per l’imprenditoria giovanile, per consentire all’azienda di superare i primi anni di vita, i più difficili, e di reggersi in breve sulle proprie gambe senza dipendere solo da interventi dall’alto.

2. I giovani sono una straordinaria risorsa: hanno idee originali e spesso vincenti. E il territorio italiano è per fortuna ancora vivo e dinamico, anche se necessita di cure e sostegno. Ad esempio, regioni come Calabria (7,8%), Campania (7,2%) e Sicilia (6,7%) vantano il tasso percentuale di giovani imprenditori più alto di Italia. Bisogna dare ulteriore spinta a queste iniziative, inaugurando un nuovo corso economico, che abbia come fulcro la centralità dello start up d’impresa, previsto anche dal recente decreto sviluppo.

3. Innanzitutto c’è bisogno di azioni immediate e decise. La pressione fiscale reale per le imprese ha raggiunto quota 55%: una giovane impresa oggi non riesce a entrare in un mercato così difficile se parte anche “ad handicap” rispetto alle concorrenti europee e mondiali. Abbiamo già avanzato la nostra proposta, che prevede una tassazione fissa progressiva per il primo triennio di vita delle start-up, dopo il quale l’azienda sarebbe introdotta al regime fiscale standard. Sugli incentivi, invece, c’è bisogno di rivoltare il sistema attuale: attivare solo incentivi automatici come il credito di imposta per occupazione e ricerca, che finanzino idee e progetti e siano legati a logiche di sviluppo imprenditoriale. Infine, dobbiamo dare reali opportunità alle imprese sul credito, superare i parametri imposti dall’Europa in tema di rating e assicurare alle aziende il giusto sostegno finanziario per il primo triennio di attività. Strumenti adeguati potrebbero essere i Consorzi Fidi, in grado di favorire l’accesso al credito da parte delle piccole e medie imprese attive su tutto il territorio nazionale.

4. Ci proponiamo di essere un punto di riferimento, di dare vita a una solida rete: il gruppo Giovani lavora in stretta sinergia con Confesercenti e può contare sulla forza e sulla tradizione di una delle associazioni più antiche e importanti d’Italia. L’imprenditore non viene ha sempre alle spalle una struttura che lo segue e lo tutela. Inoltre, abbiamo attivato, in convenzione con Unicredit, tre programmi incentrati sul supporto all’innovazione e alla nuova imprenditorialità, al rafforzamento patrimoniale e alla sostenibilità e formazione.

5. Il rischio nel fare impresa può essere molto alto, ma non possiamo continuare a scoraggiare qualsiasi iniziativa. C’è bisogno di un cambio di mentalità: considerare un fallimento senza pregiudizi, come una possibilità, un evento nel corso della vita dell’azienda, con cause che non vanno ricercate solo nella incapacità del manager, ma anche in fattori esterni e imprevedibili, come appunto la congiuntura negativa. E studiare un modo per offrire una seconda possibilità agli imprenditori onesti, fortificati dall’aver imparato dai propri errori precedenti.

6. Gli scenari non sono rosei. Ma la sfida sui mercati è sempre più sulle idee e non sulla produzione. Questo offre ai giovani la possibilità di sfruttare la propria creatività e la propria fantasia. Prima di lanciarsi nel fare impresa, consiglio di maturare un’esperienza all’estero, studiare gli scenari internazionali, conoscere le strategie e le soluzioni trovate in altre parti del mondo, anche per attivare contatti utili. Solo uscendo dalla concezione localistica si può essere competitivi, bisogna innanzitutto ampliare i propri orizzonti.



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