LA SFIDA DELLA COMPETITIVITÀ SI VINCE CON IL CAPITALE UMANO

Istruzione e formazione in miglioramento, ma non basta

A cura di ISFOL

Capitale umano e competenze sono una risorsa chiave per la crescita economica, grazie agli effetti che producono sia sull’incremento della produttività, sia attraverso la capacità delle persone e delle imprese di adottare e stimolare nuove tecnologie, nuovi prodotti, servizi e innovazione. Le persone dotate di buone e aggiornate competenze hanno maggiori probabilità di avere e mantenere il lavoro e di disporre di retribuzioni più elevate. Viceversa, carenza e obsolescenza di competenze e mismatch tra domanda e offerta di lavoro provocano spreco di risorse, di talenti e riducono il potenziale di competitività e di crescita. Le persone senza qualificazione rischiano l’esclusione sociale ed economica.


La sfida della competitività si vince con il capitale umano. L’Isfol suona un campanello d’allarme: l’Italia rischia una contrazione del suo livello di competitività perché non riesce ad investire efficacemente sul capitale umano. In questi anni di crisi economica lo sviluppo e l’utilizzo delle competenze ha registrato nel nostro paese un rallentamento, a fronte di alcuni nodi strutturali che già in passato ci allontanavano dai principali competitors internazionali.
L’Italia presenta una serie di elementi molto critici rispetto alla ripresa di un percorso di crescita. Mentre in diversi paesi europei la recessione sembra aver innescato il rinnovamento del sistema produttivo verso produzioni, servizi e occupazioni ad alta intensità di conoscenze e competenze, cioè ad alto valore aggiunto, l’Italia ha fatto il contrario, ha disinvestito nei lavori ad alta specializzazione e tecnici incrementando invece l’occupazione nelle professioni elementari.
Professioni qualificate in controtendenza. Frena l’investimento nelle persone. In Europa aumenta l’occupazione nelle professioni caratterizzate da elevate competenze ed è una tendenza che proseguirà anche nei prossimi anni. In Italia, invece, risulta in crescita l’occupazione nelle professioni elementari e quelle ad elevata specializzazione si sono contratte dell’1,8% negli ultimi 5 anni, contro un aumento medio in Europa del 2% (Germania 4,3%, Regno Unito 4%, Francia 2,8%).
Nel nostro paese abbiamo una bassa quota di professioni ad elevata specializzazione: il 18% contro il 23% della media UE. Al tempo stesso, paradossalmente, i lavoratori che ricoprono i livelli professionali più elevati hanno, rispetto al dato europeo, le quote più basse di istruzione terziaria: il 53,6% contro il 70,6% della media UE.
Nel 2004-2010 ad un incremento di occupati con istruzione terziaria di poco superiore alla media europea non è corrisposto un aumento delle professioni high-skill, che risultano appunto diminuite, con un tasso di variazione negativo secondo solo a quello di Grecia e Irlanda. Un simile scenario rivela una distorsione sensibile nell’allocazione delle competenze nel nostro paese, dove l’incremento di laureati non viene assorbito in misura sufficiente dall’aumento delle professioni ad elevata specializzazione, tradizionalmente composte da occupati con istruzione terziaria.
In Italia il meccanismo virtuoso che rende incentivante l’investimento in capitale umano sia per i lavoratori sia per le imprese ha dunque subito una frenata, rendendo più marcato il gap con il resto d’Europa. Questa fragilità prescinde in buona parte dalla difficile congiuntura economica, come dimostra la debole dinamica della produttività del lavoro che caratterizza il nostro sistema economico: dal 1998 è cresciuta poco più del 4% contro l’oltre 15% della media europea. Ad incidere è certamente la forte asimmetria dimensionale delle imprese: la domanda di competenze qualificate, infatti, cala nelle aziende più piccole. Ma ha un peso anche la tendenza a competere sui costi più che sull’innovazione. I settori dove si è avuta una più marcata crescita occupazionale nell’ultimo anno sono caratterizzati da un’elevata intensità di lavoro più che da intensità di capitale. Vanno poi considerati i bassi livelli di istruzione della forza lavoro, l’allocazione inefficiente delle competenze, i scarsi premi retribuitivi per chi investe in formazione, la bassa produttività. Si configura in questo modo il rischio della “trappola dell’equilibrio al ribasso”, con produzioni a basso valore aggiunto, lavori low skills, bassi livelli di reddito e delle retribuzioni. Tutti fattori che si combinano tra loro in un circolo vizioso.
Studiare paga ma in Italia paga meno. Gli occupati con istruzione terziaria sono aumentati del 10% dal 2007 ma la media europea è pari al 14% (in Germania al 17,8%).
Tra il 2007 e il 2010 gli occupati sono diminuiti in Italia di 350 mila unità. E’ il saldo tra una contrazione di circa 850 mila persone con al massimo la licenza media o il diploma triennale e un incremento di oltre 500 mila con titolo di studio medio-alto (diploma di scuola secondaria superiore o titolo universitario). Quindi studiare paga. Anche l’analisi della disoccupazione conferma il vantaggio dato dall’investimento in istruzione nell’attenuare il rischio di disoccupazione. Tra il 2007 e il 2010 il numero delle persone in cerca di occupazione è aumentato di 596 mila unità, con una variazione del 40% circa. La penalizzazione nelle quote di disoccupazione ha colpito maggiormente le persone con titoli di studio più bassi. Nel 2011 il tasso di disoccupazione degli individui poco scolarizzati si attesta su livelli doppi rispetto a quelli registrati per coloro che possiedono un titolo universitario: l’indicatore riferito ai laureati è pari al 5,4%, mentre per i diplomati è superiore di 2,5 punti percentuali e raggiunge un valore del 10,4% per chi possiede la licenza media.
La distanza tra i tassi di disoccupazione specifici di uomini e donne si riduce sensibilmente all’aumentare del titolo di studio. Va aggiunto che il tasso di occupazione femminile, che si attesta nel 2011 al 46,5%, presenta un’elevata variabilità rispetto al livello di istruzione, passando dal 33% delle donne con licenza media al 72% per le donne in possesso di titolo terziario. E questo a fronte di una progressiva tendenza delle donne ad avere migliori performance negli studi rispetto agli uomini.
Un titolo di studio elevato, inoltre, garantisce un vantaggio in termini di occupabilità nei territori che hanno bassi livelli di occupazione, come le Regioni del Mezzogiorno.
Rimane tuttavia anche in questo caso uno svantaggio dell’Italia rispetto ad altri paesi europei: il tasso di disoccupazione dei laureati italiani è aumentato nel 2007-2011 dell’1% mentre in Germania è diminuito dell’1,4%.
Sotto il profilo del reddito, nei paesi Oecd le retribuzioni dei lavoratori con istruzione terziaria superano mediamente del 50% quelle dei lavoratori con istruzione secondaria. La media europea è pari al 48,3%. Il dato italiano si ferma al 36,2%. Dal 2005 i premi retributivi legati ad un maggiore livello di istruzione sono calati in Europa del 4% mentre da noi del 10% (in Germania sono saliti del 10%).
Vi è un maggiore rendimento delle discipline scientifiche: limitatamente al solo lavoro dipendente, i laureati in ingegneria e in medicina percepiscono un reddito superiore al 10% rispetto alla media, mentre le lauree in discipline umanistiche e sociali e i laureati in lingue rendono oltre il 10% in meno. Tra i diplomi di scuola secondaria superiore il rendimento più elevato si riscontra per gli istituti tecnici, che garantiscono un reddito mediamente superiore rispetto ai licei e agli istituti professionali. Un’articolazione molto simile tra le discipline si rileva anche per il rendimento misurato in termini di occupabilità. La carenza di discipline tecniche e scientifiche caratterizza ancora il nostro paese in modo strutturale.
Istruzione e formazione in miglioramento. Ma non basta. Il tasso di conseguimento del diploma di maturità è superiore al 70%. Due terzi dei maturi prosegue il percorso di studi iscrivendosi all’università. Iniziano a ridursi anche i livelli medi di permanenza degli studenti nel sistema universitario: la percentuale di fuori corso è passata al 33,6% nel 2010-11 dal 37,3% di dieci anni prima.
Tra le criticità permane invece un tasso di dispersione dei giovani 18-24enni al 18,2% nel 2011, contro il 13,3% della media comunitaria.
Rispetto agli altri paesi europei, inoltre, l’Italia continua ad avere il livello d’istruzione secondaria più basso: solo il 56% della popolazione adulta contro il 73,2,% della media UE.
Se nel caso dell’istruzione secondaria il nostro paese sta recuperando posizioni rispetto ai maggiori paesi europei, la diffusione dell’istruzione superiore presenta livelli ancora molto bassi e tassi di crescita inferiori a quelli medi comunitari: la popolazione in età compresa tra i 30 e i 34 anni con titolo terziario rappresenta nel 2011 il 20,3% del totale, contro il 34,5% della media comunitaria. In Europa si è registrato un incremento di 12,3 punti percentuali dal 2000, a fronte dell’8,7% dell’Italia.
Per rispondere ai fabbisogni della domanda di lavoro e fornire ai giovani migliori probabilità di occupazione in tutti i paesi europei si stanno rilanciando percorsi di formazione tecnico-professionale e forme di apprendistato o comunque di apprendimento in impresa. Anche in Italia la domanda di formazione tecnico-professionale iniziale registra nel 2012/13 un incremento rispetto all’anno precedente, in controtendenza con i fenomeni di licealizzazione che avevano caratterizzato l’ultimo decennio. Si registra un aumento dell’1,5% degli iscritti agli istituti professionali e dello 0,4% degli iscritti agli istituti tecnici, mentre i licei presentano una diminuzione dell’1,9% (per l’anno scolastico 2012/13 il 46,6% degli studenti ha scelto di frequentare un liceo, il 32,0% un istituto tecnico e il 21,4% un istituto professionale).
Per quanto riguarda la partecipazione ai percorsi dell’offerta legata al diritto/dovere all’istruzione e alla formazione professionale gestiti dalle Regioni, si evidenzia il riuscito innesto della filiera formativa dei percorsi triennali di istruzione e formazione professionale. I dati sugli iscritti degli anni formativi 2009/2010 e 2010/2011 presentano il medesimo incremento registrato negli anni precedenti, superando le 179 mila unità. Si tratta di un andamento in crescita fin dal 2003, che ha visto aumentare di 7 volte il numero degli studenti in 7 anni. Il settore IFP, quindi, non appare più una piccola nicchia nel panorama del sistema educativo italiano, assumendo i connotati di una filiera consistente e in espansione che potrebbe anche contribuire a contrastare la dispersione scolastica. Un’indagine Isfol del 2011 sugli esiti professionali a tre anni dal titolo mostra come il 60% dei giovani qualificati ritenga di svolgere un lavoro coerente con la qualifica ottenuta. Tra coloro che hanno dichiarato di svolgere un impiego non totalmente coerente con la qualifica, oltre l’80% indica che il lavoro svolto implica mansioni comunque in linea (40%) o superiori (41%) rispetto alle aspettative.
Per quel che riguarda l’istruzione e la formazione tecnica di tipo terziario non accademico, tale filiera risulta ancora in via di implementazione. Il sistema si è evoluto nella prospettiva di rispondere all’esigenza di trasferire competenze tecniche di medio e alto livello mediante la creazione di due segmenti: i percorsi da realizzarsi all’interno dei nuovi Istituti tecnici superiori (ITS) e i percorsi di Istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS). Ad oggi sono attivi 59 istituti tecnici superiori che, tra settembre e dicembre 2011, hanno avviato un totale di 77 corsi. I corsi di istruzione e formazione tecnica superiore attivi nel 2011-2012 sono invece 45.
L’apprendistato rimane uno dei principali strumenti per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, capace di costruire percorsi di apprendimento integrati per la costruzione di conoscenze e competenze professionali di base così come di quelle altamente specialistiche. Fra il 2008 e il 2010, come riflesso della crisi occupazionale, il numero medio annuo di giovani con contratto di apprendistato si è ridotto di 100 mila unità, raggiungendo quota 542 mila (-19%). Il numero di trasformazioni in contratti a tempo indeterminato risulta comunque in aumento. Cresce anche l’offerta di formazione a carattere formale. In diminuzione la partecipazione dei minori: da 17 mila del 2008 a 7.550 del 2010.
Formazione per adulti e seniors. Nel 2010 la popolazione adulta in formazione è in Italia pari al 6,2%, contro il 9,1% della media europea. Il dato italiano è superiore solo a quello della Grecia e risulta tra l’altro in calo nel 2011, scendendo al 5,8%.
Secondo i dati Isfol-Indaco, tra il 2005 e il 2010 la percentuale di aziende con più di 9 addetti che hanno organizzato iniziative di formazione è passata dal 32,2% al 45,1% ma la media europea arriva al 60%.
L’ammontare finanziario mobilitato per la formazione continua dei lavoratori in Italia è stimabile in poco più di 5 miliardi di euro l’anno. Di questi, circa 1 miliardo viene messo a disposizione dalle leggi nazionali di sostegno (n. 236/1993 e n. 53/2000), dai Fondi paritetici interprofessionali e dal Fondo sociale europeo.
Nel 2009-2010 l’investimento in formazione da parte delle imprese con più di 5 addetti ha subito una contrazione nel 27,9% dei casi. Solo il 4,4% delle imprese ha incrementato questa voce.
Il 2012 è l’Anno europeo per l’invecchiamento attivo. L’Italia si caratterizza per bassi livelli di scolarizzazione degli adulti e altrettanto bassi livelli di partecipazione degli over 50 al mercato del lavoro. Il 51,1% dei 45-54enni e il 38,2% dei 55-64enni ha un titolo di studio di scuola superiore o terziario, contro una media europea rispettivamente pari al 71,1% e al 61,6%. Il nostro paese si colloca fra quelli dove è minore anche la partecipazione degli adulti alle attività di apprendimento, con un ampio divario generazionale fra la popolazione più matura e gli under 35. I dati Isfol-INDACO mostrano che gli individui con età compresa fra 55 e 64 anni hanno una probabilità pari a 1,7 volte in più di non partecipare ad attività formative rispetto al gruppo di età 18-54 anni. La probabilità di non partecipazione cresce con l’età e, molto più velocemente, tra i non occupati: gli over 54 non occupati hanno infatti una probabilità di circa 7 volte superiore di non fare formazione rispetto agli over 54 occupati. Anche il contesto territoriale è significativo: al crescere della dimensione territoriale di appartenenza aumenta la probabilità di partecipazione. Nelle città di minori dimensioni la probabilità di non partecipazione supera del 70% quella di chi vive nei centri di maggiori dimensioni. Per le donne la probabilità di non partecipazione supera del 50% quella degli uomini.


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