LO STATO DI SALUTE DELLA FORMAZIONE MANAGERIALE IN ITALIA

Manager preparati per imprese vincenti

Intervista con Giorgio Ambrogioni - Presidente FEDERMANAGER

“Il nostro Paese – parole del Presidente Napolitano – è ancora attardato a immaginare di vivere negli settanta-ottanta, quindi chiede garanzie e logiche che ormai non sono più compatibili con il terzo millennio. Dobbiamo fare un grosso sforzo culturale, di cambiamento di aspettative, di mentalità, ideologico e così via”. Non basta ridurre i costi e recuperare un po’ di efficienza, bisogna cercare di fare cose nuove, diverse, cose che hanno necessità di una maggiore conoscenza e con più valore aggiunto all’interno dei prodotti e dei servizi. E questo richiede, ovviamente, dei vertici assolutamente preparati e capaci di innescare questi processi virtuosi. C’è bisogno di Formazione, senza la quale “Non ci può essere futuro!”. Ne abbiamo parlato con Giorgio Ambrogioni, Presidente di Federmanager.


Qual è l’attuale “stato di salute” della formazione manageriale in Italia?
Nell’economia della conoscenza vince chi sa”. Karl Popper, forse il filosofo della scienza che più ha segnato il Novecento, aveva le idee molto chiare in proposito. Peccato che di quell’insegnamento, di cui oggi avremmo urgente bisogno, non ci ricordiamo mai, se non per caricare di facile retorica gli appuntamenti ufficiali. Dopo questo inciso necessario per capire il valore del know-how nel contesto della complessità sociale e tecnologica, vengo alla sua domanda: scorriamo qualche numero. In Italia si rileva un approccio poco strutturato alla formazione. Secondo l’Istat le imprese formatrici, nell’80% dei casi, non elaborano un piano per le attività di sviluppo delle competenze del proprio personale e solo nell’8% dei casi possiedono un budget dedicato alla formazione. Solo il 21% delle imprese ricorre ad analisi strutturate dei fabbisogni formativi, mentre il 19% adotta pratiche per la rilevazione delle specifiche esigenze dei lavoratori. Di questo passo risulterà molto difficile sfuggire a quella “dittatura” del presente che sta togliendo alle organizzazioni quella capacità di programmare il futuro, pratica determinante in un’epoca in cui l’unica certezza appare essere proprio l’instabilità e l’incertezza con cui il quadro economico, sociale e politico dovrà continuare a misurarsi.

Quali sono i bisogni formativi dei manager in tempo di crisi?
Parlare di formazione significa parlare di processi conoscitivi, cosa non facile. Edgar Morin, il grande studioso francese che di fenomeni sociali certo si intende, sostiene che siamo arrivati a un punto di interdipendenza tra le discipline che occorrerebbe un’autentica “riforma del pensiero” e dello statuto epistemologico per innescare un’azione di interpretazione e di comprensione dei fatti e degli eventi che abbia un minimo di plausibilità e di successo. La centralità della persona e l’esigenza di investire in una formazione non solo tecnico - professionale ma anche etico - valoriale sono le nuove frontiere sulle quali si misura non solo la performance manageriale, ma direi il futuro stesso delle economie e delle società dei paesi di vecchia e nuova industrializzazione. Questi oltre a rappresentare bisogni formativi si travestono oggi da autentiche priorità per tutta la classe dirigente da cui far discendere le altre scelte gestionali. Si potrebbe aggiungere che l’attuale crisi affonda le sue radici, non tanto su una matrice economica, quanto in un processo di progressivo sfaldamento della tensione etica delle èlite.

C’è una cosa pratica da fare per rimettere in moto l’education dei futuri manager, di chi vuole avere in azienda ruoli di leadership?
Senza formazione non ci può essere futuro. Basta riflettere sulla connessione che esiste tra il capitale umano, la performance e la competitività delle organizzazioni produttive per trovare la spinta giusta ad attivare un processo di education permanente. Il peso degli asset intangibili sul valore del mercato delle imprese supera l’80%, mentre il 50% di questo maggior valore è dovuto alla qualità e alla quantità del capitale umano di cui dispone l’azienda. Ci si potrebbe fermare a queste cifre per comprendere dove sta il gap che il nostro sistema continua a pagare, e nello stesso tempo per avviare un ridisegno strategico che deve investire l’impresa e le organizzazioni produttive. Un ridisegno focalizzato sulla centralità di alcuni valori che questa società degli “eccessi” continua a mortificare, quali: la cultura, l’applicazione, il coraggio, il rispetto della sana competizione, tutti termini che convergono nella riaffermazione del capitale intellettuale come motore del cambiamento.

Non si possono ignorare anche le crescenti esigenze formative dei dirigenti che hanno perso il posto di lavoro e che si reinventano come liberi professionisti o come imprenditori. Quali risposte dare loro?
L’impegno di Federmanager su questo delicato fronte è molto forte e qualificante. Abbiamo seguito con grande attenzione la vicenda degli “esodati” e spronato il ministro Fornero a trovare una soluzione adeguata ad un problema certamente grave e ampiamente sottodimensionato. Attualmente c’è un tavolo aperto presso il Ministero del Lavoro per modificare i punti che noi riteniamo restano “deboli” dell’attuale riforma. Una cosa è certa: è il Paese che ha bisogno dell’apporto dei manager per cambiare marcia. In occasione dell’ultimo grande convegno che ha visto Federmanager e Manageritalia, lo scorso agosto, impegnate insieme nel tenere a battesimo “Prioritalia”, un grande movimento di opinione e cultura manageriale distinto dai soggetti di rappresentanza sindacale, è emerso un aspetto molto importante, che da molto tempo ripeto nelle assemblee territoriali in ogni angolo dello Stivale: sono i manager e gli imprenditori la categoria più vicina all’interesse collettivo, se ovviamente liberati dalla rappresentanza contingente degli interessi economici. La stessa politica, che dovrebbe perseguire per definizione il bene comune, ha perso indipendenza e capacità di visione. Nella prospettiva dell’impresa, non mi riferisco al singolo professionista ovviamente, il corporativismo in sé non regge più. Manager e imprenditori sono sollecitati a perseguire il bene comune. Il legame tra imprenditoria, sviluppo e interesse generale è tutto qui ed è molto chiaro. Non si tratta perciò di reinventarsi ma di recuperare i valori che sono nel nostro DNA. La stessa cultura manageriale, in particolare, attraverso l’apporto di dirigenti esperti e capaci, potrà essere decisivo potrà aiutare anche il settore pubblico, che poi significa il sistema economico nel suo complesso, ad introdurre un principio di valutazione delle azioni e dei processi, rendendo effettivamente praticabili quei principi riformatori che avrebbero dovuto già da tempo mettere al centro qualità, competenze e velocità della performance, ma che di fatto sono rimasti disattesi.

Cosa risponde a chi accusa che la formazione si doveva farla prima. Non c’è stata la volontà, la cultura, gli incentivi giusti. Adesso si scontano gli effetti negativi della crisi e soprattutto della mancanza di un progetto di crescita …
Inutile “piangere sul latte versato”, è venuto il momento di ritessere una strategia. Noi lo stiamo già facendo. Con la nascita della nuova CIDA – Manager ed alte professionalità per l’Italia e di Prioritalia la dirigenza pubblica e privata di fatto vuole lanciare un messaggio molto preciso, cominciando a scrivere una pagina diversa. Cercheremo di imporci per la forza delle idee e dei progetti, mettendo al servizio l’esperienza maturata nel mondo dell’impresa e della produzione per costruire un grande progetto di rilancio del sistema Italia da cui, dipende il futuro di tutti noi, ma soprattutto il futuro delle giovani generazioni. Prioritalia, in particolare, sta articolando una proposta, per dimostrare che tutto il Paese ha solo da guadagnare se una classe manageriale matura, sceglie di impegnarsi per tornare a vestire i panni della classe dirigente, capace di interpretare un ruolo di “motore della trasformazione”.

Molti studi mostrano la forte connessione tra lavoratori soddisfatti e migliore performance di business e gli effetti straordinari che i messaggi positivi da parte dei leader possono avere sul proprio team. Perché allora non educarli a coltivare lo spirito positivo con cui contagiare i propri collaboratori per poter raggiungere risultati notevoli anche in tempi di crisi, così come rilevato dai ricercatori?
L’ottimismo non deve essere solo un atteggiamento dello spirito, ma l’esito di una forza della volontà, di una abilità morale capace di guardare al futuro e di avviare un processo di ricostruzione di quel tessuto connettivo, rappresentato dalla borghesia produttiva, che come puntualmente analizzato da De Rita, sta vivendo una gravissima “eclissi” che rischia di trascinare il Paese nel baratro.
L’opera di contaminazione deve avvenire a diversi livelli. Dobbiamo cominciare da partiti e dalle forze politiche che sollecitati dai valori manageriali, possono imboccare la strada di una profonda palingenesi, senza di cui verranno spazzati dalla storia e dal prepotente ritmo di un’evoluzione sociale ed economica che di certo non è più disposta ad aspettare il “passo lento” dell’ottusità e dell’arretratezza. Gli stessi sistemi della rappresentanza degli interessi sono chiamati a rimettersi in discussione, a trovare forme di azione sindacale politica e professionale in grado di conciliare gli interessi legittimi con gli interessi generali della collettività.

Infine Presidente. Se dovesse tracciare scenari per un prossimo futuro?
Credo che non siano sono più ammessi atteggiamenti passivi, non possiamo permetterci di replicare i danni di un establisment che si è distinto per mancanza di prospettive e miseria intellettuale. Occorre meno autoreferenzialità da parte della politica, perché si impone più attenzione alle tante variabili che contrastano le imprese e la loro crescita, a partire dalle esigenze di liberalizzazione e di sburocratizzazione, che potrebbero servire finalmente ad avviare la ripresa. Cercheremo di favorire questa “uscita dallo stato di minorità” in cui ci siamo cacciati, e di cui gli ultimi scandali non sono che la negativa conferma.
Centralità del merito, sobrietà, trasparenza, etica della responsabilità individuale e sociale, vision, spinta all’innovazione non solo tecnologica quanto sociale, sono questi i valori che dovranno arricchire e cambiare lo scenario nel prossimo futuro. Abbiamo bisogno di menti fresche, che devono camminare sulle gambe di uomini e donne competenti, generosi, capaci insomma di fare la differenza.



Archivio
Ricerca libera
Ricerca avanzata >>