Professioni anti-crisi

C’è crisi. E’ una crisi economica, politica, di valori. E’ una crisi che coinvolge tutti, giovani, meno giovani, uomini, donne. Il lavoro non c’è, non si trova e le persone, scoraggiate, ormai non lo cercano proprio più. Chi ancora, fortunatamente, ha un posto di lavoro lo cerca di difendere in tutte le maniere. Sembra non ci sia luce in fondo al tunnel.
Eppure in questa fase neanche di stallo, ma di vera e propria recessione, ci sono alcune attività anticicliche. Nel senso che alcuni settori possono essere più recettivi di altri. Dove è possibile avvicinarsi, studiando e formandosi, e provare a crearsi una carriera. L’ambiente, la ristorazione, la moda, il benessere in tutte le sue forme, nonostante anch’esse registrano difficoltà, possono però tranquillamente annoverarsi tra le professioni anti-crisi. Vediamo come e perché.


1. In tempi di crisi questo settore potrebbe rappresentare una valida alternativa alla rigidità del mercato del lavoro?
2. Come si incontrano le aspettative di chi progetta un futuro in questo settore con quello che poi è il mondo del lavoro reale?
3. In questo campo Formazione-Occupazione risulta essere un binomio vincente?
4. Quali sono gli sbocchi professionali? In quali ambiti si ha più bisogno di figure specializzate, formate e ben preparate?
5. Quali requisiti bisogna sviluppare per avere successo in questo settore?
6. Insomma, per chi progetta una carriera in questo settore tante opportunità e validi sbocchi che potrebbero rappresentare una efficace alternativa ai “posti d’impiego tradizionali”?



E io faccio il cuoco
Intervista con Salvatore Bruno - Segretario Generale FEDERAZIONE ITALIANA CUOCHI

“Parte delle caratteristiche che occorrono ad uno chef per emergere sono, dalla tenacia alla voglia di imparare, dall’infinita disponibilità e dedizione verso il lavoro all’elasticità mentale. È inoltre fondamentale una buona capacità di relazione e saper lavorare in gruppo, poiché ogni ruolo nella cucina è importante e gli ordini gerarchici delle brigate sono indispensabili per ottenere nella produzione i risultati sperati”.

1. Certamente questo settore rappresentava e potrebbe ancora rappresentare un’alternativa. La flessibilità nel lavoro è stata da sempre una peculiarità del settore ristorativo, legato come è al comparto turistico alberghiero, nel quale una buona percentuale delle assunzioni è per vocazione stagionale. Inoltre, essendo il mestiere di cuoco, un lavoro nel quale a qualsiasi livello, contano esperienze avute in differenti strutture ristorative o alberghiere, nonché periodi di permanenza all’estero ai fini della crescita professionale, si è sempre potuto riscontrare per questi motivi una flessibilità per così dire “bilaterale”, sia da parte della domanda che dell’offerta di lavoro.
2. Dipende. La cucina ha oggi un ruolo di primo piano nella comunicazione e l’immagine che della professione viene trasmessa sui media è spesso poco aderente all’effettiva realtà del settore. Molti ragazzi o persone adulte (come accade sempre più spesso) progettano un futuro nella ristorazione condizionati dall’icona televisiva e multimediale di una cucina lontanissima da quello che effettivamente significa “cucinare professionalmente”.
Se, fino a poco tempo addietro, questo mestiere rappresentava una garanzia di occupazione, questo era anche dovuto agli enormi sacrifici che questa professione richiede. Provate a chiedere ad un dipendente di svolgere un incarico “spezzato” che richiede la disponibilità di una persona (malgrado il periodo di pausa) di 16 ore giornaliere per 6 giorni a settimana o provate a chiedergli di lavorare in tutte le feste comandate del calendario.
Del resto, non si diventa grandi professionisti “per grazia ricevuta” o perché ci si sente ed improvvisa “creativi” ai fornelli, lo si diventa attraverso esperienze formative sul campo e percorsi impegnativi che non sono e non possono essere solo gratificanti, ma soprattutto attraverso la dedizione ad un lavoro davvero sfibrante che solo una vera e genuina passione può sostenere. Ecco perché molti dei quali progettano un futuro in questo settore spesso ritornano sui propri passi.
3. Come in ogni settore è indispensabile coniugare correttamente questo binomio. Nel campo culinario bisogna poi distinguere differenti livelli e gamme di formazione: es. esiste una formazione di Base o Scolastica (ad es. attraverso gli istituti professionali o IPPSAR), un formazione fatta di costante aggiornamento su tendenze, preparazioni specifiche o l’utilizzo di nuove strumentazioni e tecnologie, poiché la cucina professionale è in continua evoluzione ed infine una formazione “sul campo” che permetta di sperimentare differenti processi produttivi legati alla professione (es. il lavoro in strutture ristorative di tipo differente, il lavoro in albergo, nei catering o nella banchettistica ecc)

4. Oltre agli sbocchi professionali classici del lavoro dipendente presso gli istituti professionali per l’insegnamento o nell’inquadramento in strutture ristorative o alberghiere, discorsi interessanti sotto il profilo professionale iniziano oggi a farsi anche sulla ristorazione collettiva delle mense. Esiste poi una serie differenziata di ruoli legati direttamente o indirettamente al settore culinario che vengono esercitate da cuochi, come ad esempio le attività di dimostratori presso aziende di strumenti o macchinari per la ristorazione o quelle legate al “settore ricerca” di alcune aziende alimentari. Per i professionisti inoltre sono varie le attività di consulenza e formazione richieste sia da piccole e medie strutture sia da realtà aziendali più complesse. Nel nostro paese inoltre uno dei comparti nel quale c’è una maggiore domanda di personale qualificato è il settore della pasticceria e la richiesta di chef patissier professionalmente preparati è notevole.
In ognuno di questi settori, sebbene a differenti livelli e con i dovuti distinguo, sarebbe indispensabile disporre di figure preparate e ben formate, poiché sotto molti profili la trasformazione degli alimenti implica specifiche responsabilità nei confronti del consumatore che prevedono un buon controllo dei processi di preparazione e le competenze necessarie ad offrire un prodotto salubre, digeribile e ben equilibrato, oltre che gratificante in termini di gusto.

5. Parte delle caratteristiche che occorrono ad uno chef sono già state descritte in precedenza, dalla tenacia alla voglia di imparare, dall’infinita disponibilità e dedizione verso il lavoro all’elasticità mentale che permette di cimentarsi e saper apprendere da diverse esperienze in un settore nel quale i cambiamenti sono spesso repentini e frequenti. È inoltre fondamentale una buona capacità di relazione e saper lavorare in gruppo, poiché ogni ruolo nella cucina è importante e gli ordini gerarchici delle brigate sono indispensabili per ottenere nella produzione i risultati sperati.
Infine, vorrei dire, ci sono alcune predisposizioni a mio avviso fondamentali che riguardano in modo molto generico quello che chiamiamo “Gusto” e la tradizione culinaria da cui si proviene. Sebbene lo stesso “gusto” sia qualcosa che possiamo acquisire con l’esperienza, è infatti anche vero che difficilmente si riesce a progredire in questa sfera della “sensibilità” se non si parte da sicuri fondamenti acquisiti nascendo in una tradizione. Difficilmente si riesce a spiegare la differenza fra un buon piatto ed un piatto eccezionale a qualcuno che non abbia già in se sperimentato quella specifica pietanza all’interno di una sicura tradizione culinaria. Ci sono criteri gustativi ed olfattivi che del resto ci portiamo dietro come se fossero iscritti nel nostro patrimonio genetico e questi ci servono come punti di riferimento per valutare quello che facciamo o modifichiamo.

6. Direi di si. Tuttavia su questo mestiere difficile ma straordinario per molti aspetti grava un’ombra. Si tratta di una tendenza che non possiamo fare a meno di registrare nell’ambito del mercato del lavoro, di questo, come di altri comparti turistico-alberghieri. Ovvero la tendenza sempre più frequente da parte delle strutture ristorative a richiedere personale (preferibilmente extracomunitario) poco qualificato. Naturalmente le ragioni sono anzitutto legate a motivi di ordine economico nati in parte dalla crisi che imperversa su molti paesi europei, nonché dalla maggiore disponibilità di questi dipendenti in ordine a rivendicazioni di mansioni, orari e carichi di lavoro. Si tratta di un fenomeno per molti versi comprensibile ma che rischia di produrre nelle cucine del nostro paese una spaventosa de-qualificazione della professione di cuoco e con essa il deperimento di quella straordinaria risorsa conosciuta ed apprezzata in tutto sotto il nome di “Cucina Italiana”.



Lavorare alle terme: un impegno gradevole e motivante
Intervista con Aurelio Crudeli - Direttore FEDERTERME

“Nel nostro settore non ci sono “posti d’impiego tradizionali” se per tali si pensa a un lavoro sempre uguale, che garantisca staticità e assenza di cambiamento. Chi ha lavorato bene alle terme non incontra difficoltà a cambiare lavoro. La natura stessa dell’offerta di cure e trattamenti termali è in continuo cambiamento perché collegata con nuovi utilizzi dell’acqua termale, secondo i suggerimenti della ricerca medico-sanitaria e di quella scientifica termale”.

1. È innegabile che l’industria termale avverte gli effetti dell’attuale congiuntura ma le imprese cercano in tutti i modi di preservare il patrimonio rappresentato dagli addetti, dotati di specifiche caratteristiche professionali sanitarie ma anche della ricettività.
2. Suggeriamo ai giovani di venire a conoscere il lavoro alle terme per coglierne tutti gli aspetti motivanti, sopratutto quelli relativi alla cura delle persone.

3. Direi fondamentale; perché si richiedono preparazione specifica ed alti livelli di professionalità, per garantire agli assistiti e ai clienti elevati livelli di qualità dei servizi.

4. Dobbiamo distinguere innanzitutto tra le professioni che attengono alla salute con prestazioni di prevenzione, cura, riabilitazione e benessere termale, nelle quali sono comprese, in primis, le professioni sanitarie (medici, terapisti della riabilitazione) e quelle che riguardano la ricettività e la ristorazione. In alcuni casi le attività sono compresenti ma rispondono a percorsi formativi diversi. Formazione appropriata è necessaria in ogni caso, secondo le esigenze della clientela della struttura considerata.
5. Sono diversi a seconda delle scelte personali e delle esigenze delle strutture; in alcuni lavori bisogna avere un bagaglio di base appropriato, capacità di rapportarsi con le persone ed i problemi, capacità di ascoltare il cliente e trovare risposte utili e appropriate in tempo reale. Per fare impresa è necessario avere visione, capacità di fare progetti strategici, valutando bene rischi ed opportunità, voglia di confrontarsi e collaborare per obiettivi condivisi in una rete di operatori più ampia e diversificata.

6. Si. E aggiungo che nel nostro settore non ci sono “posti d’impiego tradizionali” se per tali si pensa a un lavoro sempre uguale, che garantisca staticità e assenza di cambiamento. Chi ha lavorato bene alle terme non incontra difficoltà a cambiare lavoro.
Ogni nostro cliente è persona diversa, con problematiche ed esigenze diverse da percepire, da interpretare e da soddisfare. Vorrei aggiungere, concludendo, che la natura stessa dell’offerta di cure e trattamenti termali è in continuo cambiamento perché collegata con nuovi utilizzi dell’acqua termale, secondo i suggerimenti della ricerca medico-sanitaria e di quella scientifica termale.
Qualità del servizio, innovazione e reputazione sono riferimenti permanenti delle nostre attività che rendono il lavoro alle terme gradevole e motivante.



Le mille opportunità della moda
Intervista con Antonio Franceschini - Responsabile Nazionale CNA FEDERMODA

“Registriamo concrete opportunità nelle aree della produzione e della commercializzazione. Ma il settore moda è indubbiamente estremamente articolato ed è mondo che può offrire reali opportunità occupazionali”.

1. Il settore moda è indubbiamente estremamente articolato, il mondo del tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria e delle calzature è una realtà difficile da comprendere, per la complessità della sua filiera e dei suoi tempi che impone di ragionare in termini di scenario senza chiusure mentali e con l’obbligo di dover decidere con largo anticipo tattiche e strategie. E’ quindi un mondo che può offrire opportunità occupazionali.

2. Dobbiamo riportare i giovani all’interno dei nostri atelier, dei nostri laboratori anche dal punto di vista produttivo avvicinandoli a questo settore trasmettendo loro anche l’amore per il saper fare. Il settore moda ne ha estremamente necessità.
Di fronte all’internazionalizzazione dei mercati, di fronte ad una globalizzazione che ha portato spesso la competizione su piani impari in quanto basata su azioni di dumping sociale ed ambientale, il nostro sistema economico deve investire sulla conoscenza, sull’apporto che un nuovo rinascimento culturale può portare ai sistemi produttivi.

3. Assolutamente, servono competenze qualificate, conoscenza approfondita. Il settore è sottoposto ad una pressante concorrenza internazionale, quindi non ci si può improvvisare, le imprese necessitano di figure estremamente capaci in tutti i reparti e in tutte le funzioni.

4. Registriamo concrete opportunità nelle aree della produzione e della commercializzazione. Per quanto riguarda il primo fronte la figura del modellista permane una professionalità di grande interesse per le imprese, così come verso quelle direttamente impegnate nella realizzazione dei prototipi e del processo produttivo in generale. La qualità richiesta ai prodotti made in Italy è elevatissima, quindi è necessario poter rispondere al meglio a questa esigenza del mercato. Sul versante commerciale servono poi persone in grado di supportare le imprese produttrici nello scenario internazionale, figure operanti nel marketing, figure commerciali con competenze linguistiche che possano presentare al meglio i prodotti ai buyers internazionali, disponibili a viaggiare, a rappresentare le imprese nei momenti di presentazione delle collezioni.

5. Disponibilità al costante aggiornamento, flessibilità a ricoprire più ruoli. Il settore è fatto in gran parte da piccole imprese, chi ama lavorare in questo campo deve sapere che può essere chiamato ad adattarsi a diverse esigenze che possono presentarsi durante il ciclo produttivo e non avere rigidità verso le diverse mansioni.

6. Direi che in questo settore permane una richiesta di figure professionali tradizionali, una richiesta dovuta ad un costante depauperarsi di competenze legate in molti casi a persone con avanzata anzianità professionale e quindi la necessità di un ricambio generazionale è altamente presente.



Il lavoro si tinge di verde
Intervista Daniele Fortini - Presidente FEDERAMBIENTE

La contingenza economica non è favorevole, anche se il nostro settore è anticiclico. Un’eccellente formazione favorisca un migliore accesso al lavoro; nel campo della progettazione, costruzione e gestioni di sistemi di trattamento e valorizzazione dei rifiuti vi è certamente una larga opportunità di occupazione.

1. Il settore ambientale è molto vasto nel suo insieme ed è immediatamente correlato all'apparato industriale e al comparto civile dell'economia nazionale. Nello specifico segmento delle attività connesse all'igiene urbana e ambientale, un settore anticiclico per natura, le prospettive sono interessanti sia dal punto di vista delle innovazioni tecniche sia da quello dell'occupazione. Si stima che il potenziale di crescita occupazionale, nel prossimo quinquennio e in costanza d’investimenti, possa crescere di circa il 10% nell'ambito dei servizi d’igiene del suolo e raccolta dei rifiuti e di circa il 20% nella gestione d’impianti tecnici e apparati industriali.

2. Domanda e offerta di lavoro, nel settore, s’incrociano nelle forme consolidate e accessibili del rapporto tra pubblica amministrazione e mercato del lavoro quando l'offerta proviene da soggetti pubblici, come lo sono gli enti locali e le loro aziende partecipate. Il mercato dell'offerta di parte privata, soprattutto esistente nella gestione di stabilimenti e tecniche per il trattamento e la valorizzazione dei rifiuti così come per il loro smaltimento, recluta nuovi occupati nelle forme stabilite dalla contrattazione tra le parti sociali. C'è da osservare che l'offerta universitaria italiana nel settore è molto cresciuta in questi anni (ingegneria sanitaria, ambientale ecc.) e che i master di specializzazione nella gestione dei rifiuti sono numerosi e ben qualificati nonché partecipati.

3. Purtroppo la contingenza economica, da tre anni a oggi, non è favorevole, anche se il nostro settore è anticiclico. Tuttavia non vi è dubbio che un’eccellente formazione favorisca un migliore accesso all'occupazione.

4. Dal punto di vista professionale occorre avere un’ampia formazione interdisciplinare, ancorché specializzata su una focalizzazione specifica. Aiuta anche un’acuta propensione al dinamismo e alla curiosità, poiché il settore è in evoluzione permanente e le risposte di ieri non risolvono i problemi di oggi. Saper guardare a fondo, senza pregiudizi, le differenti realtà e costruire le soluzioni più adeguate, in termini d’efficacia, efficienza e convenienza economica senza preconcetti è molto importante.

5. Nel campo della progettazione, costruzione e gestioni di sistemi di trattamento e valorizzazione dei rifiuti vi è certamente una larga opportunità di nuova occupazione.

6. È preferibile pensare all’occupazione “green” come leva per generare nuovo e qualificato lavoro che si aggiunge a quello tradizionalmente conquistato dallo sviluppo di questi ultimi decenni. Un Paese senza produzione industriale primaria, di fabbriche, manifatture e laboratori per la produzione di beni e di merci non può assicurare un futuro a decine di milioni di giovani. Il punto è introdurre il “green” nelle lavorazioni tradizionali, anche per fini di risparmio energetico e/o di risorse naturali, mentre s’aggiungono nuovi impieghi qualificati. Non dovrebbe esserci alternativa, insomma, fra lo sviluppo “tradizionale” e quello del futuro, bensì una compenetrazione che salvaguardi gli assetti industriali del Paese migliorandone le performances rispetto all’ecosostenibilità.



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