Pagine Monaci/Cittadino e Pubblica Utilità con Dossier Mobilità

La Pubblica Amministrazione al cambio di marcia?

Mettere le mani nel riordino della pubblica amministrazione è sempre stato un impegno arduo per qualunque Governo di qualunque colore politico. Ma oggi avere un’amministrazione efficiente, moderna, tecnologica è condizione essenziale per un Paese che vuole riemergere dalla difficile situazione economica finanziaria, per non far scappare le nostre aziende all’estero, per attrarne di straniere. Per agevolare chi vuole scommettere su se stesso aprendo un’attività, per non far pagare ai cittadini lungaggini, inefficienze, incompetenze. Per far ciò si richiedono nuovi modelli organizzativi, ma anche e soprattutto una classe dirigente capace di imporre il cambiamento e fare le scelte giuste. Ne saremo capaci? Lo abbiamo chiesto ad autorevoli interlocutori.

1. Partiamo dall’oggi. Cosa pensa dell’Agenda Digitale, piano strategico messo in campo dal Governo Monti?
2. Sono in molti a sottolineare come l’ammodernamento burocratico sia una “partita persa in partenza”; altri, invece, a evidenziare i passi avanti compiuti negli anni nei confronti della collettività. Lei, da che parte sta?
3. Si richiedono modelli organizzativi all’avanguardia e uomini in grado di divulgarli e farli funzionare. Siamo attrezzati per tutto ciò?
4. Perché è così difficile “valutare” e “misurare” le performance delle amministrazioni? Non dovrebbe essere questo un imperativo di una PA moderna?
5. È possibile, a suo parere, un sistema di incentivi che prevedono per le amministrazioni virtuose vantaggi sotto forma di maggiore autonomia?
6. Esiste un evidente peso burocratico che è da freno alla competitività del Sistema Paese. Le cose da fare subito per migliorare la situazione?

La cattiva burocrazia freno allo sviluppo e alla crescita
Intervista a Gaetano Maccaferri - Vice Presidente per le Politiche regionali e semplificazione - CONFINDUSTRIA

“La certezza e la celerità dei termini dei procedimenti amministrativi costituisce una variabile importante nella programmazione e nell’attuazione degli investimenti, in quanto ne condiziona la convenienza economica. La PA è produttrice di beni e servizi fondamentali per l’economia. I lunghi tempi e le incertezze per ottenere autorizzazioni amministrative rinviano nel tempo gli investimenti che creerebbero sviluppo e occupazione, sempre che l’investitore nel frattempo non scelga di delocalizzare la sua attività all’estero”.


1. L’Agenda Digitale rappresenta un segnale importante da parte del Governo per innovare e migliorare i rapporti tra cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni e mobilitare investimenti utili a rilanciare la crescita. Realizzare l’Agenda Digitale vuole dire innescare uno strumento antirecessivo. Ad esempio, se tutte le imprese italiane aumentassero dell’1% il loro fatturato estero attraverso le vendite on line, le nostre esportazioni totali aumenterebbero dell’8%.
Uno dei punti centrali dell’Agenda è l’E-Government, ossia l’implementazione della telematica nel ciclo produttivo della pubblica amministrazione per migliorare l’efficienza dei servizi a cittadini e imprese.
Ancora oggi la pubblica amministrazione utilizza principalmente il ciclo cartaceo dei documenti, che genera costi superiori al necessario e inefficienze. Secondo l’ISTAT nel corso del 2010 il 75,8% delle imprese ha utilizzato Internet nei rapporti con la pubblica amministrazione direttamente; quota che sale all’84,0% se includiamo quelle che hanno utilizzato elettronicamente intermediari. Questi indicatori collocano le imprese italiane al di sopra della media UE-27, anche se non ai primi posti.
Tuttavia, l’eccessiva difficoltà, il dispendio di tempo richiesto dalle procedure amministrative on-line e la necessità di perfezionare le operazioni con un invio cartaceo costituiscono, per un’impresa italiana su due, i principali ostacoli all’interazione via web con la PA.
Un ulteriore elemento di problematicità emerge dalle segnalazioni delle imprese a Confindustria, secondo cui spesso esse sono costrette a interagire con una molteplicità di amministrazioni che utilizzano software informatici differenti. Per esempio, per lo Sportello Unico per le Attività Produttive sono impiegati, a seconda dell’ente, i programmi MUTA, STARWEB, SUAPED, PEOPLE. Ciò comporta la necessità di dotarsi di tanti software quanti sono quelli impiegati dalle amministrazioni con cui si deve operare, oppure, più verosimilmente, di esternalizzare alcune procedure a consulenti.
L’implementazione della telematica ai servizi pubblici rappresenta un fattore importante anche per i cittadini. Si pensi, ad esempio, alle ore di file da fare per ricevere il codice fiscale di un neonato, una procedura che potrebbe essere tranquillamente effettuata on-line. Va anche detto che i cittadini, a differenza delle imprese, sono forse ancora troppo abituati a decenni di uso di carte bollate e di materiale rigorosamente cartaceo, per cui continuano a esitare nell’utilizzare dei servizi pubblici on-line già esistenti. Nel 2010 solamente il 17% lo ha fatto, una percentuale più alta nella UE solo a quelle di Bulgaria, Grecia e Romania. Anche tra gli utenti di Internet nel 2010 solo il 35,1% ha fatto ricorso al web nei precedenti dodici mesi per collegarsi ai siti della PA, il 25,4% si è avvalso dei servizi on-line per scaricare moduli e il 12,9% per restituirli compilati. Secondo l’indagine “Cittadini e nuove tecnologie” dell’ISTAT per oltre i tre quarti dei consumatori il principale contatto con la PA rimane quello personale agli sportelli.
Per circa un terzo dei cittadini il principale ostacolo a un maggior uso degli strumenti informatici è costituito proprio dalla mancanza di contatto personale; pesano anche le difficoltà tecniche e la mancanza di strumenti adeguati (entrambe per un quarto dei cittadini) e i timori circa la sicurezza della procedura. La pubblica amministrazione è, dunque, ancora vista dai cittadini come un luogo dove recarsi personalmente.
L’Agenda Digitale del Governo interviene su questi aspetti, da un lato, per migliorare i servizi telematici della pubblica amministrazione, dall’altro, per diffondere l’alfabetizzazione digitale.

2. Sarebbe ingiusto ignorare gli sforzi che negli ultimi anni sono stati compiuti per incrementare i livelli di efficienza delle pubbliche amministrazioni. Per quanto riguarda le imprese, il quadro regolamentare relativo ai rapporti con gli uffici pubblici è stato positivamente innovato da numerosi interventi che puntano a risolvere alcuni dei problemi più sentiti dagli operatori, rappresentati soprattutto dagli elevati tempi e costi delle procedure, dalla complessità del quadro regolamentare e dall’incertezza e difformità nell’applicazione delle norme.
Si pensi, ad esempio, alla riforma dello Sportello unico per le attività produttive (SUAP), all’introduzione della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA), alla riforma della disciplina della conferenza di servizi, ai Decreti Salva Italia, Semplifica Italia e Sviluppo, nei quali sono state inserite, di volta in volta, le misure settoriali previste dal programma di misurazione degli oneri amministrativi (MOA). Queste misure, se attuate completamente, ridurrebbero per 8,1 miliardi di euro all’anno i costi della burocrazia a carico delle imprese in alcuni settori di regolazione particolarmente critici (es. prevenzione incendi, lavoro e previdenza, ambiente, privacy, fisco).
È doveroso poi citare lo Statuto delle imprese e il nuovo Codice del processo amministrativo, che prevedono importanti strumenti per migliorare i rapporti tra uffici pubblici e imprese e rafforzare le tutele a favore di queste ultime per i casi di inefficienza e inerzia della pubblica amministrazione.
Tuttavia, c’è ancora molto da fare. Con le norme sono stati creati solo alcuni dei presupposti per la semplificazione. Per ottenere risultati percepibili è necessario agire anche sui comportamenti. La riforma della pubblica amministrazione è anche una riforma culturale. È per questa ragione che occorre implementare quelle misure che consentano di premiare il merito, porre rimedio alle inefficienze, curare la formazione del personale, incentivare condotte virtuose e risultati di performance.
Occorre invertire l’approccio della pubblica amministrazione ai procedimenti. Si deve abbandonare la cultura burocratica, che fa prevalere la forma sulla sostanza, per passare a una cultura basata sulla qualità dei servizi pubblici.
È con questi obiettivi che, ad esempio, Confindustria ha proposto l’istituzione del tutor d’impresa, che dovrebbe funzionare come un catalizzatore nei processi decisionali pubblici. Tale figura dovrebbe facilitare i rapporti tra pubblica amministrazione e imprese, aiutando queste ultime nelle fasi di avvio e di svolgimento delle procedure complesse, risolvendo le situazioni di impasse, accelerando la decisione delle amministrazioni, analogamente a quanto avviene in altri paesi europei.
La semplificazione è anche una questione di efficiente organizzazione. L’attuazione di economie di scala nell’attuale complesso organizzativo pubblico consentirebbe di liberare le risorse necessarie a potenziare gli uffici e migliorare le performance. In questo senso, la spending review avviata dal Governo rappresenta un primo significativo segnale per un utilizzo più efficiente e controllato delle risorse, ma occorre assicurarne la piena attuazione e proseguire con questa politica non solo a livello centrale ma anche nelle amministrazioni territoriali. Per semplificare non basta poi agire solamente sull’ultimo anello della catena decisionale pubblica – ossia su procedure, forme di comunicazione e tempi di risposta - ma servono anche interventi strutturali, idonei a fare chiarezza nel sistema delle competenze normative e amministrative, di modo che le sovrapposizioni e le duplicazioni di ruoli, che generano a monte complicazioni e ritardi, vengano eliminati.
Il riferimento è all’attuale Titolo V della Costituzione e all’attuale assetto degli apparati pubblici. Da un lato, dobbiamo porre rimedio all’incontrollato “policentrismo normativo” generato dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 e riportare alla competenza statale alcune materie strategiche per tutto il Paese, per assicurare regole più chiare e uniformi, dall’altro, è necessario razionalizzare il sistema di competenze amministrative per evitare che ad ogni singola procedura debba pronunciarsi ogni volta un numero elevato, spesso imprecisato, di amministrazioni pubbliche, cosa che il più delle volte rende macchinoso e lento il processo decisionale.
Per rispondere quindi alla Sua domanda occorre preliminarmente riconosce che semplificare non è un’operazione semplice e, in alcuni casi, poi, non dà risultati immediati. Questo vuol dire che quando si semplifica si sposta subito reddito, poteri e responsabilità, a fronte di benefici che magari arriveranno con i mesi, per cui le resistenze e le strumentalizzazioni ogni volta sono molto forti.
È per questa ragione che la semplificazione, al pari di ogni processo di riforma e ammodernamento, richiede un ampio consenso politico e un impegno forte di tutti per superare quei veti che rallentano grandi e piccoli interventi, tutti però fondamentali.
Sull’efficienza e la semplificazione della macchina pubblica come Confindustria ci stiamo spendendo molto, anche in termini propositivi, ne è un esempio il pacchetto di proposte che abbiamo presentato al Governo questa estate per la predisposizione del Decreto Semplificazione, che purtroppo poi è confluiti in un disegno di legge dagli esisti incerti.
Come Confindustria continueremo a fare la nostra parte con l’obiettivo di migliorare i rapporti tra pubblica amministrazione e imprese. Nel Programma della nuova Presidenza viene attribuita alla semplificazione amministrativa e normativa un’importanza assolutamente prioritaria, perché essenziale all’efficienza del Sistema-Paese. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che da più di 10 anni l’Italia è il paese che cresce di meno in Europa e da più di 20 anni continuiamo a perdere competitività. Tra i fattori strutturali di debolezza della nostra economia pesano in modo determinante proprio la burocrazia e l’inefficienza della macchina pubblica. Non continuare sulla via delle semplificazioni e della riforma della pubblica amministrazione significherebbe non avere a cuore il futuro delle nostre imprese e dei nostri giovani.

3. Le amministrazioni, come ogni organizzazione, sono un insieme di persone che lavorano per prestare un servizio alla collettività. Sull’efficienza delle amministrazioni, quindi, incidono la qualità del loro lavoro, il modo di organizzarlo e gestirlo. Per accrescere la “produttività” della Pubblica Amministrazione è anzitutto opportuno puntare sulla selezione, formazione e motivazione del personale.
L’attuazione della riforma Brunetta potrebbe rappresentare un importante punto di partenza in tal senso. Infatti, la riforma, nel delineare un modello organizzativo ispirato a risultati di efficienza, efficacia e qualità dei servizi, ha previsto meccanismi di premialità del merito e della professionalità dei dipendenti pubblici. Particolarmente importante è il ruolo della dirigenza amministrativa. Occorre attribuire ai dirigenti i poteri necessari per governare le relative strutture, definire con certezza il quadro delle responsabilità e fornire i necessari incentivi.
L’attivazione di queste misure può e deve essere fatta. La nostra Amministrazione possiede un forte potenziale, che deve essere sfruttato e valorizzato.

4. Il termine performance è ampiamente impiegato nei programmi di modernizzazione della Pubblica Amministrazione e la relativa valutazione costituisce uno dei principali strumenti delle moderne forme di governance e management pubblico.
Il perseguimento di obiettivi di efficienza e qualità delle pubbliche amministrazioni, infatti, dipende anche dalla quantificazione e misurazione delle loro azioni in termini di produttività, al fine di individuare le pratiche da rafforzare e gli aspetti più critici su cui intervenire.
Tuttavia, tale attività risulta particolarmente complessa all’interno della nostra Amministrazione a causa di una filiera decisionale assai intricata e della scarsa propensione delle stesse a sottoporre a valutazione il proprio operato. Infatti, la misurazione e la valutazione della performance organizzativa dovrebbe basarsi sulla valutazione dei “processi produttivi” reali e quindi dovrebbe riguardare, per ciascuno di essi, tutte le amministrazioni che vi prendono parte, nonché tutte le risorse impiegate.
Tuttavia, il nostro apparato amministrativo conta circa 10.4000 enti, ciascuno dei quali è titolare di funzioni e competenze particolari. In tale apparato si registrano duplicazioni di ruoli e carenze organizzative, con conseguente complessità delle procedure, che richiedono numerosi passaggi e confronti, costi elevati di gestione e spreco di risorse pubbliche. Ad oggi non è certo il numero delle procedure amministrative esistenti; l’ultimo censimento delle procedure, che risale al 1994, ne ha registrate 5.400 e questo numero potrebbe essere lievitato considerevolmente, assieme a quello dei relativi costi gravanti sia sulle pubbliche amministrazioni che sui privati.
In tale sistema, la definizione di indicatori sui quali basare le attività di misurazione e valutazione delle performance amministrative risulta particolarmente difficile, tanto che, nella maggior parte dei casi, ci si arrende.
Inoltre, si registra una forte resistenza delle singole amministrazioni a sottoporsi a meccanismi di valutazione. In molti casi, infatti, tali operazioni si risolvono in adempimenti meramente formali e poco funzionali alla misurazione dell’attività svolta. Sul punto, quindi, occorre un’opera di informazione e formazione, affinché cambi l’atteggiamento nei confronti di questi strumenti e si comprenda l’importanza del loro utilizzo.

5. Un sistema volto a premiare, in termini di maggiore autonomia, le amministrazioni virtuose sarebbe sicuramente positivo. Nell’ultimo periodo, infatti, sono state imposte diverse limitazioni generalizzate all’autonomia organizzativa e di spesa delle amministrazioni pubbliche, per cui un incentivo in tal senso consentirebbe all’ente che ha raggiunto performance positive di “liberarsi” di alcuni di questi vincoli.
Anche questa misura consentirebbe di premiare il merito, concetto che può essere riferito non solo al personale e agli uffici, ma anche alle amministrazioni nel loro complesso. Premiare il merito con maggiore autonomia potrebbe generare una competizione “verso l’alto” tra le amministrazioni, di cui ne beneficerebbero cittadini e imprese.

6. L’efficienza della pubblica amministrazione rappresenta, al pari della stabilità dei conti pubblici e delle misure per la concorrenza, una leva fondamentale per la competitività del Paese. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, una diminuzione dell’1% dell’inefficienza della PA italiana determinerebbe un amento del PiL dello 0,9%. Si tratta di risultati significativi, se si considera che il PIL pro-capite italiano, tra il 2000 e il 2007, era salito di appena lo 0,6% annuo - quando quello tedesco nello stesso periodo è cresciuto dell’1,4% annuo - e che nel 2012, a causa della recessione, sarà arretrato ai livelli pre-1998.
Il processo di riforma deve muoversi lungo due direttrici: la riforma strutturale e organizzativa della pubblica amministrazione e la semplificazione di procedure e regole che presiedono alla sua attività. Entrambe le tipologie di interventi sono urgenti, anche se gli effetti che essi producono sono differenti.
La riforma strutturale degli apparati pubblici ha tempi fisiologici più lenti, posto che prevede interventi sulla Costituzione, riallocazione di funzioni, competenze e risorse, ma questo non vuol dire che non sia urgente iniziare questo percorso. La semplificazione di procedure e regole è relativamente più agevole e i risultati possono essere immediati.
A quest’ultimo riguardo, va evidenziato che il DDL di semplificazione, che prima ho citato, contiene una serie di misure di semplificazione che vanno in questa direzione.
Si tratta di un provvedimento fondamentale per le imprese, poiché contiene disposizioni che puntano ad accelerare le pratiche amministrative in quei settori dove si registrano le maggiori criticità, eliminare oneri meramente formali e migliorare i rapporti tra uffici pubblici e operatori economici.
Tali misure sono il risultato di una positiva collaborazione che negli ultimi mesi ci ha visto impegnati con il Governo, le Regioni e gli enti locali. Le semplificazioni contenute nel provvedimento in questione sono idonee produrre da subito impatti positivi sulla crescita e la competitività del nostro sistema Paese, in linea con le esigenze di ammodernamento della pubblica amministrazione che Confindustria ha più volte evidenziato.



Cittadini e pubblica utilità
Intervista con Pietro Giordano - Segretario Generale ADICONSUM

“È tempo di ricreare le condizioni snellendo una legislazione spesso complessa e cavillosa e operando uno snellimento normativo capace di ridare chiarezza e funzionalità ad una pubblica amministrazione che ha sempre dato uomini di eccellenza all’Europa e al mondo e che contiene in se le potenzialità per un processo di miglioramento complessivo”.


1. Se pur positiva l’apertura di un potenziamento e sviluppo del digitale in Italia, il decreto elaborato dal Governo, pone grande attenzione al mondo imprenditoriale e alla PA, trascurando complessivamente il cittadino. In tal senso le norme pur dichiarando di rifarsi all'agenda digitale europea, mettono in ombra tutta la parte che il documento europeo dedica ai cittadini, mi riferisco in special modo alla sezione dedicata alla alfabetizzazione informatica, alla sicurezza dell'uso della rete e alla sfiducia dei cittadini nell'utilizzo della rete.

2. Occorre intanto precisare che può risultare molto parziale l’intervento di digitalizzazione della pubblica amministrazione per rilanciare il nostro Paese, se i cittadini non sono messi nelle condizioni reali di sapere e poter utilizzare le nuove tecnologie.
Sono indispensabili investimenti e progetti di alfabetizzazione e di formazione del “cittadino digitale”, progetti da realizzare in collaborazione con le associazioni consumatori e le associazioni di assistenza ai cittadini.
Parallelamente si devono sviluppare anche processi formativi degli operatori della pubblica amministrazione, ad iniziare dai dirigenti e dai quadri della stessa, che troppo spesso non sono molto accoglienti nei confronti delle novità che producono velocità dei processi e razionalizzazione degli stessi. In assenza di ciò, il rischio è che tutto si trasformi in un grande spot pubblicitario e che si finisca con l’allontanare ancora di più il cittadino dalla PA. In Italia poi, alcuni dati fanno si che il processo sia rallentato, basti pensare che solo il 50% del territorio viene raggiunto da internet veloce e che una grossa porzione di popolazione, diciamo la meno giovane, non ha confidenza con il digitale e spesso ne rifiuta l’esistenza stessa.

3. Sono convinto che l’Italia abbia risorse preziose e di eccellenza sia per ciò che riguarda i modelli organizzativi che per ciò che riguarda gli uomini. Modelli organizzativi d’avanguardia esistono sia nel privato che nel pubblico. Le nostre aziende come le nostre Università hanno punte di eccellenza invidiate in tutto il mondo, nella ricerca, nella cultura, nella moda, ecc. Troppo spesso esportiamo modelli organizzativi ed uomini di eccellenza perché il sistema Paese non riesce a creare le condizione di “accoglienza” economica e produttiva per l’insediamento stabile degli stessi. E’ tempo di ricreare le condizioni snellendo una legislazione spesso complessa e cavillosa e operando uno snellimento normativo capace di ridare chiarezza e funzionalità ad una pubblica amministrazione che ha sempre dato uomini di eccellenza all’Europa e al mondo e che contiene in se le potenzialità per un processo di miglioramento complessivo.
Tale opera va accompagnata con un’operazione complessiva che renda possibile i tagli dei rami secchi della macchina amministrativa, troppo spesso finalizzati al mantenimento o al potenziamento del potere politico, ma che nulla hanno a che vedere con un servizio efficiente al cittadino. Bisogna andare verso una grande semplificazione della macchina burocratico-amministrativa per la realizzazione anche di nuovi modelli organizzativi all’avanguardia e capaci di sviluppare una burocrazia efficiente e di potenziamento del servizio ai cittadini, delle imprese e del Paese, rendendolo maggiormente competitivo sul piano internazionale.

4. Purtroppo sono pochi gli investimenti in formazione e informazione per tutti i livelli del personale dalla pubblica amministrazione e ciò frena e a volte impedisce lo sviluppo di una cultura di impresa che deve pervadere anche la pubblica amministrazione. Storicamente si è creata una sorta di cultura collettiva che divide, sbagliando, il pubblico dal privato nei criteri di valutazione dell’efficienza e dell’efficacia. Sono convinto, invece, che è necessario che le pubbliche amministrazioni siano gestite managerialmente e abbiano gli stessi criteri di valutazione di una qualsiasi azienda di servizio privata.
Un tempo la logica era quella del “comunque vada” c’è Pantalone che paga. Ci si è svegliati traumaticamente dal quel letargo devastante e dobbiamo ancora comprendere che o si innestano criteri di produttività, di efficienza e di misurazione delle performance qualitativa o i tagli lineari arriveranno e si avranno effetti devastanti su settori vitali per i più “deboli” della nostra popolazione: sanità, scuola, ricerca, ecc.
Tutto ciò non può realizzarsi se ad esempio si scelgono i livelli apicali della pubblica amministrazione per appartenenza politica e non per professionalità alta.

5. È assolutamente indispensabile la realizzazione di un sistema di incentivi per le amministrazioni virtuose e nella logica della consapevolezza che un’amministrazione pubblica è anche un’azienda, deve essere gestita in piena autonomia secondo regole (norme) che favoriscano l’”imprenditorialità della stessa. Quindi non incentivo ad una maggiore autonomia ma piena autonomia e valutazione costante delle performance “aziendali” ed ove gli obiettivi dati non siano raggiunti nel tempo, anche licenziamento e penalizzazione per gli amministratori ed i dirigenti di quella realtà. Troppo spesso, se non sempre, chi sperpera non paga, anzi viene liquidato con somme faraoniche.

6. Tagliare i rami secchi della pubblica amministrazione che non sono di servizio al cittadino ed alle imprese ad iniziare da amministrazione quali le Province o comunità montane che spesso risiedono al mare, per fare solo qualche esempio, che hanno generato spreco di risorse e poltrone e stipendi per politici trombati e non ultimo finanziamenti occulti e palesi alla politica cattiva.
Sviluppare un generale piano di liberalizzazione reale del Paese, tagliando lacci e lacciuoli che troppo spesso non dipendono solo dalla volontà di sopravvivenza del vecchio modello di Pubblica Amministrazione, ma anche – se non soprattutto – dalle caste e dalle lobbi che ne impediscono la realizzazione. Basti pensare alle mancate liberalizzazione dei taxi, delle farmacie, e di ordini professionali quali avvocati, notai, ecc. per comprendere poi che ricaduta tutto ciò ha su una macchina lenta e spesso vincolo e non risorsa del Paese.
Realizzare un grande piano di formazione alla cultura d’impresa dei livelli operativi della pubblica amministrazione e un piano di alfabetizzazione per i cittadini meno giovani, non abituati all’uso delle nuove tecnologie.
Disboscare la selva di leggi e leggine che sono solo un orpello, quello si burocratico, che impedisce lo sviluppo di una pubblica amministrazione efficiente ed efficace.



Una nuova classe dirigente senza compromessi
Intervista con Paola Saraceni - Responsabile Dipartimento Pubblico Impiego - UGL

Concordo pienamente con l’affermazione del premier Mario Monti: “Il giudice amministrativo ha compreso quanto i tempi e i modi dell'azione amministrativa possono incidere sulla competitività del Paese e sul sistema giuridico garantendo contro una burocrazia che è un freno allo sviluppo e alla crescita”.


1. L’impianto complessivo del provvedimento è positivo anche se esistono delle lacune.
La prima è di merito e precisamente la questione della governance dell’Agenda digitale, troppo frastagliata tra i troppi ministeri che rischia, in qualche modo, di limitare la portata innovativa del provvedimento. C’è un eccessivo rimando a decreti attuativi da realizzarsi di “concerto” tra i ministeri competenti.
Sono trascorsi 20 anni da quando si tenta di costruire la rivoluzione digitale, ma la storia recente insegna che farla senza obblighi concreti e risultati misurabili non porta a nulla.

2. È vero che sono stati fatti piccolissimi passi in avanti rispetto alla potenzialità dell’utilizzo delle nuove tecnologie, ma non è vero che la partita è persa in partenza. Bisognerebbe solamente accentrare le decisioni a livello governativo diramando direttive precise a tutti gli Enti/Amministrazioni al fine di evitare le forti pressioni dei singoli Enti/Amministrazioni in tema di digitalizzazione ed evitare così il pericolo che gli stessi possano promuovere singoli progetti nei loro orticelli, facendo così lievitare i costi.

3. L’innovazione deve avere una forte sponsorizzazione politica, fattore indispensabile per delle politiche di crescita e rilancio economico. Parallelamente il referente politico deve essere affiancato da un organismo tecnico, in grado di utilizzare al meglio le professionalità interne ai singoli Enti/Amministrazioni, che vanno quindi disciplinate e valorizzate.

4. Certo, la questione della pubblica amministrazione digitale è un tema di rilevanza nazionale che non può essere lasciato in balìa dei singoli.

5. No, gli Enti/Amministrazioni devono essere esecutori delle direttive impartite a livello nazionale.
6. Concordo pienamente con l’affermazione del premier Mario Monti: “Il giudice amministrativo ha compreso quanto i tempi e i modi dell'azione amministrativa possono incidere sulla competitività del Paese e sul sistema giuridico garantendo contro una burocrazia che è un freno allo sviluppo e alla crescita”.
Un obiettivo prioritario è il non accettare ulteriori manovre penalizzanti per il Sud.
È necessario scrivere un “Codice della Sanità Digitale”, un qualcosa che prenda il via dalle declaratorie dei diritti e dei doveri, una piena digitalizzazione della sanità in grado di produrre efficienza, così come l’Agenda digitale della scuola che possono rappresentare il primo segnale concreto di una inversione di rotta.
Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente, senza compromessi.
Abbiamo la necessità di responsabilizzare e valorizzare il personale pubblico dipendente.



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