MANZOCCHI: QUELLA SINTONIA DA RITROVARE CON IL PAESE

Alla ricerca della classe dirigente

Intervista Stefano Manzocchi - Professor of International Economics - LUISS

Cosa si intende per classe dirigente. Cosa fa la classe dirigente.
Quando una classe è veramente dirigente. Ed oggi in Italia abbiamo una classe dirigente preparata e all’altezza. Tutte domande che abbiamo girato a Stefano Manzocchi Professor of International Economics della LUISS, nonché coordinatore del Rapporto sulla classe dirigente dell’Associazione Management Club. “È necessario ripensare le logiche di azione della classe dirigente che deve in primo luogo, come ripete spesso il Presidente di AMC Renato Cuselli: ‘Imparare a disimparare’. Vuol dire accettare con atteggiamento antidogmatico, mettendosi in discussione in modo da trovare nuove modalità di relazione nella ricerca di un giusto equilibrio tra le risorse, che fortunatamente ci sono e le nuove opportunità che si affacciano. Abbiamo bisogno di élite cosmopolite, meno inclini al provincialismo, pronte a replicare esperienze lontane di successo e non solo quelle consolidate sul territorio d’appartenenza”.


È possibile dare una definizione di classe dirigente, termine talvolta usato non in maniera opportuna?
In estrema sintesi, si tratta di tutti coloro che nella società organizzano l’impegno altrui, che si tratti del lavoro degli altri o dello studio.

Detto questo, sembra ci sia già da tempo un pesante scollamento tra la classe dirigente e il “Paese reale”. Lo registra anche lei?
C’è un doppio deficit delle classi dirigenti. Una difficoltà di “riconoscimento” e legittimazione da parte dell’opinione pubblica, che investe in primo luogo la rappresentanza politica, i partiti e le istituzioni democratiche rispetto ai quali la fiducia registrata è ai minimi storici. Ma coinvolge anche gli interessi economici, pur se in misura meno pronunciata. Ed un deficit per così dire di “copertura”: s’allarga infatti la platea dei non o dei sotto-rappresentati, nella politica (basta guardare alle stime della disaffezione elettorale) e nell’economia (dai lavoratori precari, ai giovani e donne inoccupati, ai risparmiatori frodati, alle imprese che si sentono sole, ai consumatori di fronte ai cartelli).

Gli scandali politici, amministrativi, economici e finanziari, poi, non aiutano certo al buon nome della classe dirigente. È d’accordo?
Certo, ma pesa altrettanto la scarsa preparazione e la mancanza di visione del futuro.

Abbiamo un improrogabile bisogno di nuovi modelli in grado di coniugare la responsabilità della classe dirigente con la crescita economica del Paese. Ma abbiamo “rappresentanti” sufficientemente preparati a portare fuori dal pantano un’Italia in piena crisi?
Credo di sì. Servono quattro ingredienti. Una cifra di responsabilità che ispiri l’azione delle classi dirigenti. In secondo luogo, la volontà di farsi carico anche dei non-rappresentati. In terza istanza, una elevata competenza nelle materie di pertinenza. Ultimo, ma non meno importante, lo sforzo di rivalutazione del ruolo e dell’immagine dell’Italia nel mondo, ed anche nel nostro stesso Paese.

Quali sono oggi le difficoltà di reperire risorse umane di pregio, la futura classe dirigente, per i molteplici bisogni del Paese?
Purtroppo i giovani in Italia cominciano ad essere meno competitivi rispetto ai loro colleghi nordeuropei ed anche asiatici a causa delle scarse competenze accumulate negli anni più recenti. Per invertire questa tendenza è necessario definire un programma di investimenti pubblici mirato ad incrementare: la spesa in istruzione; il Job-Training: la Ricerca e Sviluppo.

La formazione professionale sembra non essere all’altezza dei tempi. Un bel problema. Su questo cosa può dirci?
Una buona formazione tecnica è fondamentale per il sistema industriale italiano, e per dare sbocchi professionali ai giovani diplomati. Ma occorre anche aumentare il numero dei laureati, ancora troppo basso.

Una sintonia positiva da ritrovare con il Paese. Una classe dirigente che si faccia realmente portavoce dei bisogni della gente, delle aziende, del paese tutto. Lei è fiducioso?
Sì, perché siamo ad un momento di passaggio, occorrono classi dirigenti davvero europee come spirito e come missione, ma che cambino anche i destini dell’Europa. I singoli Paesi da soli non si salvano nell’arena globale.



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