DALLA POLITICA ALL’UNIVERSITÀ , L’ÈLITE ITALIANA È TRA LA PIÙ ANZIANA D’EUROPA

Vecchi al comando

Intervista con Sergio Marini - Presidente COLDIRETTI

Un Report della Coldiretti sull’età media dei “potenti” nei Paesi dell’Ue conferma il primato della gerontocrazia italiana: l’età media è di 59 anni. in Parlamento come ai vertici delle aziende italiane spicca la percentuale bassissima di giovani. Quali altri i risultati dello studio? Ne abbiamo parlato con il Presidente Sergio Marini.


Presidente, avete prodotto un interessante Report sull’età media della classe dirigente dei Paesi Ue. Quali sono i risultati più significativi?
Il risultato più significativo è che la nostra classe dirigente è tra le più vecchie d’Europa e ciò vale praticamente in tutti i settori. Se pensiamo che in Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50. Ma anche l’età media dei dirigenti aziendali non fa eccezione, con 48 anni a fronte dei 42 anni in Irlanda, 43 in Belgio, 44 in Gran Bretagna, Portogallo e Francia. Né il mondo universitario, dove un quarto dei professori italiani ha più di 60 anni contro poco più del 10% in Francia e Spagna e l’8% in Gran Bretagna.

Venendo all’Italia, come stanno le cose?
A conquistare il primato dell’anzianità nel momento economicamente più difficile per l’Italia dal dopoguerra sono le banche, che hanno una età media degli amministratori delegati e dei presidenti di circa 67 anni. Nelle ultime 3 legislature sono stati eletti soltanto 2 under 30 su circa 2500 deputati, anche se il peso dei 25-29enni è pari a circa il 28 per cento della popolazione eleggibile (con più di 25 anni). Non va meglio nella pubblica amministrazione dove l’età media dei direttori generali della pubblica amministrazione è di 57 anni (se si guarda alle aziende partecipate statali si sale a ben 61 anni), ma neppure nel privato, con gli amministratori delegati delle aziende quotate in Borsa a Milano che hanno 53 anni.

Vecchia la classe dirigente, vecchie anche le idee per il Paese?
Vecchie ed anche poche, visto che si continua a riproporre modelli di sviluppo fondati sulla finanza e sulle economie di scala che hanno già fallito altrove e che non hanno nulla a che fare con le peculiarità dell’Italia. Il futuro del Paese è legato piuttosto alla capacità di tornare a fare l’Italia, imboccando intelligentemente la strada di un nuovo modello di sviluppo che trae nutrimento dai nostri punti di forza: patrimonio storico ed artistico, paesaggio, biodiversità, ricchissima articolazione territoriale, originalità e creatività, gusto e passione, intuito e buonsenso, uniti a un capitale sociale che rimane fortissimo.

Cosa impedisce di fatto il ricambio generazionale nei ruoli di “comando”?
Il primo ostacolo è,ovviamente, il permanere dello statu quo, che spinge le menti migliori a cercar fortuna all’estero, la famosa “fuga dei cervelli” di cui tutti si lamentano ma che nessuno riesce a fermare, con grave danno per il Paese. Penso poi al peso preponderante che la burocrazia continua ad avere, specie all’interno della pubblica amministrazione. Un peso che, oltre a bloccare l’introduzione di nuove tecnologie, favorisce senza dubbio il mantenimento di rendite di posizione, anche a livello dirigenziale. D’altro canto, occorre anche evitare il rischio di pensare che l’unica soluzione sia un giovanilismo fine a se stesso. Continuare a privilegiare il criterio anagrafico, seppur rovesciato, non risolverebbe certo il problema. Ritengo che la vera soluzione sia quella di mettere assieme e valorizzare l’energia dei giovani e l’esperienza dei… meno giovani. E in questo sono convinto che le imprese agricole abbiano molto da insegnare alla classe dirigenziale del Paese. Le tante esperienze innovative e di successo che vengono dalle nostre campagne sono, infatti, il prodotto in primo luogo di un intelligente inserimento dei giovani nella conduzione dell’azienda.

I numeri sono impietosi. Ed allora, quali proposte per svecchiare la nostra classe dirigente?
Per contrastare il fenomeno è necessario investire decisamente sui sempre più “pochi” giovani, assumendoli come risorsa strategica per la crescita del Paese. Valorizzare i giovani significa prima di tutto riconoscere le potenzialità di cui sono dotati ma anche dotare i giovani di strumenti per l’autorealizzazione delle loro potenzialità.

Le chiedo un’ultima cosa. Crede che questo sia un tema all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana?
Ritengo che il vero interrogativo non sia se la politica sia in grado di ringiovanire la classe dirigente, quanto piuttosto se abbia la capacità di diventare “buona politica” e ciò significa in primo luogo il ritorno a funzioni di mediazione intelligente fra ceti e interessi distinti e contrastanti ai fini di perseguire un più ampio interesse di carattere generale, ciò che si definisce “bene comune”. Alla politica, fortemente deficitaria, chiediamo dunque un’operazione coraggiosa di verità, giustizia e legalità, aspetti la cui declinazione è diventata in questi anni via via più opaca.



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