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Il Consorzio Roma Ricerche al servizio della crescita


Il punto del Presidente del CRR, Fabio De Furia, sul sistema della Ricerca.

Il Consorzio Roma Ricerche, da sempre, e per vocazione, punta molto sul dialogo con le Istituzioni e sulla cooperazione tra mondo della ricerca e sistema produttivo. Il suo impegno, come ente di ricerca, è quello di rendere sempre più competitivo questo territorio ed è al fianco delle Istituzioni per qualunque attività scientifica e di ricerca che possa favorire il trasferimento tecnologico e rafforzare le imprese di Roma e del Lazio.

Proprio il trasferimento tecnologico e la valorizzazione dei risultati della ricerca applicata stanno acquisendo un ruolo sempre più rilevante nelle dinamiche di sviluppo dei sistemi economici e sociali moderni, specie per un tessuto industriale, come il nostro, caratterizzato dalla forte presenza di piccole e medie imprese.
La necessità di promuovere il trasferimento dell'innovazione tecnologica dal mondo della Ricerca a quello dell'Industria, in questi ultimi anni, si è fatta sempre più pressante, anche alla luce della crescente globalizzazione dei mercati.

Per le Piccole e Medie Imprese Laziali, che generalmente non dispongono di valide strutture di ricerca, l'acquisizione di nuove tecnologie è di vitale importanza al fine di poter conseguire o mantenere una posizione di competitività sui mercati, nazionali ed internazionali.

I grandi mutamenti tecnologici che stiamo vivendo, infatti, hanno spesso preso origine dall'utilizzazione di risultati conseguiti in laboratori accademici, valorizzati e sviluppati, successivamente, in un contesto di investimenti con capitali di rischio (venture capital), rivelatisi, poi, strumenti efficaci per lo sviluppo dell'economia in molti paesi occidentali come Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda e Israele, proprio in quei settori ad alta tecnologia che ci vedono protagonisti nel mondo come l’aerospazio, le biotecnologie, l’ICT per i beni e le attività culturali, la green economy e quello delle industrie creative.

In questo scenario, il Consorzio Roma Ricerche si propone di valorizzare, con una intensa attività sul campo, l’unicità della propria platea dei soci, composta da Università, Enti di Ricerca, grandi imprese, sistemi di rappresentanza imprenditoriale ed enti pubblici economici a carattere territoriale, che lo mette in grado di operare come cinghia di trasmissione per il trasferimento di tecnologie tra il mondo della ricerca di base, quello della ricerca applicata e le imprese operanti sul territorio.

A questo proposito abbiamo incontrato il Presidente del CRR, Fabio De Furia, per conoscere lo stato dell’arte della ricerca in Italia ed in Europa ed approfondire il ruolo strategico per le imprese del territorio laziale in termini di sviluppo e crescita.

Che ruolo ha l’Università?
L' Università rimane la sede naturale della ricerca.
Il ripensamento del sapere necessario per impartire la formazione avanzata e il flusso di energie e di idee, rappresentato dalle generazioni di studenti, sono la base indispensabile per far progredire la ricerca nei settori più avanzati. Il trasferimento delle conoscenze dall'Università verso la società civile avviene attualmente attraverso diversi canali.
Il primo, senza dubbio il più tradizionale ed il meno aleatorio, è il trasferimento attraverso la formazione del personale: i docenti/ricercatori trasferiscono ai loro allievi conoscenze e metodi che, poi, questi portano con sé nella società civile, dove queste conoscenze possono essere messe a frutto.
Il secondo canale, sempre più importante nelle società avanzate, è l'applicazione di idee innovative messe a punto "per" la ricerca, ed il trasferimento avviene spesso con la creazione di piccole imprese di spin off.
Alla luce di ciò, il mondo universitario - soprattutto quello della ricerca di base – sta riconoscendo il valore del trasferimento tecnologico come uno degli scopi della ricerca stessa, e non come "sottofunzione".
In parallelo alla crescita della ricerca, le Università si sono dotate di strumenti atti ad identificare le conoscenze acquisite nel loro ambito, "con" e "per" la ricerca, e a valorizzarle adeguatamente.

Le Università, pertanto, potrebbero favorire la creazione di piccole e medie industrie ad alto contenuto tecnologico, tramite il rafforzamento di centri che facciano da snodo sul territorio, in collaborazione con le autorità locali e con l'industria.

La domanda che le poniamo è: cosa dovrebbe fare il nostro Paese per i giovani ricercatori italiani?
Dovrebbe, innanzitutto, credere di più nella cultura.
Mi ha molto colpito che, andando a parlare in una Università negli Stati Uniti, la UM di Miami, un ricercatore mi disse “Roma e l’Italia non si raccontano in una settimana”. Identità e Cultura.
Se diamo per certa questa affermazione - e io lo farei - direi che abbiamo bisogno di investire di più nella qualità della cultura di chi ci circonda.
Questo, purtroppo, è il ritratto dell’Italia, perché non possiamo prendercela sempre, e solo, con l’uomo al comando.
È un problema culturale, perché il nostro Paese investe molto poco in quello che è l’avanzamento e l’innovazione della conoscenza e nella qualità dei contenuti che stanno dentro la comunicazione a tutti i livelli.
Dobbiamo cominciare a dire a cosa serve, davvero, la ricerca: non serve soltanto a far aumentare il prodotto interno lordo e non serve soltanto a trovare lavoro ai ricercatori.
Proviamo a cambiare punto di vista e a rivoltare il discorso chiedendoci a cosa servano i ricercatori a cosa serva la ricerca.
L’art. 9 della Costituzione dice che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”.
Cultura e ricerca sono – quindi – fondamentalmente e, indissolubilmente, unite.

L’Italia spende troppo poco in ricerca, in media meno degli altri Paesi Europei. Uno degli obiettivi del programma “Horizon 2020” richiede ai Paesi dell’Unione Europea di investire il 3% del Prodotto Interno Lordo (PIL) in Ricerca e Sviluppo. Nel 2011 l’Italia ha destinato a questo settore l’1,25% del PIL, mentre alcuni dei nostri partner europei hanno già raggiunto o superato la percentuale indicata (Fonte: EUROSTAT).

Quali sono i risultati della ricerca in Europa?
Su 54.414 brevetti depositati in Europa nel 2010, 4.423 sono italiani (8%), una percentuale in linea con il Regno Unito (4.745) ma al di sotto degli oltre 8.700 brevetti sviluppati in Francia e dei 21.700 della Germania. In Italia, in pratica, sono stati depositati circa 73 brevetti per milione di abitanti, un risultato inferiore alla media europea (Fonte: EUROSTAT).

È, altresì, significativo il fatto che, ogni anno, contribuiamo con circa 900milioni alla ricerca europea e riusciamo a “portare a casa” bandi solo per 600milioni.
Questo significa che si è coltivata poco l’attitudine alla ricerca.

Chi investe nella ricerca in Italia?

La ricerca non è svolta solo da Università e centri di ricerca pubblici. Lo sviluppo del settore è garantito da attività realizzate anche da amministrazioni centrali e aziende (profit e non), con fondi nazionali ed esteri. Dai dati scopriamo che nel 2010 le imprese (business enterprise) hanno contribuito per il 45% del totale, mentre lo Stato (government) per il 42% (Fonte: EUROSTAT).

E’ fondamentale che ci sia un tessuto di ricerca diffuso e continuo che riesca poi ad intercettare i grandi picchi della ricerca stessa.
Questo è quello che ci manca e credo che non si risolva con provvedimenti una tantum ma è necessario aumentare in modo strutturale i fondi.

La Ricerca è un investimento fondamentale?

Si perché il ricercatore bravo attira su di se capitali che rischiano di finire in altri contesti, in altri paesi e, questo, rappresenta anche un problema economico per il nostro PIL.
Quindi, il ricercatore è una risorsa economica, e non solo intellettuale.

In una sola battuta: “Riconoscere il lavoro dei Ricercatori e valorizzarlo come patrimonio tangibile”.

Come si comportano le imprese?

La carenza di fondi riduce fortemente la circolazione del “sapere” tecnologico tra università ed impresa, limitando il trasferimento delle conoscenze solo a quei progetti con un’immediata ricaduta commerciale e a quelle realtà imprenditoriali economicamente più forti ed in grado di sostenere i costi di servizi innovativi. Il risultato di questo mancato collegamento è che molte aziende tendono a cercare all’estero le innovazioni tecnologiche di cui necessitano ma al cui sviluppo non partecipano assumendo sempre più il ruolo di “follower” e sempre meno quello di “leader”

Cosa si può fare?
Ai nostri ragazzi, ai nostri ricercatori, ai nostri talenti, bisogna dire che il loro lavoro serve per creare un paese più consapevole e più civile.
Mi ha molto colpito l’immagine che diamo “visti dall’estero”: sembriamo un paese privo di futuro, privo di consapevolezza; un paese con il 47% di analfabeti funzionali.
In questa situazione la ricerca ha una funzione civile fondamentale.
Se vogliamo cambiare, dobbiamo cominciare a pensare che tra ricerca e cultura c’è un rapporto forte.
Comincerei a ragionare in questi termini: la ricerca serve a cambiare un paese, a cambiarlo nella sua identità e a cambiarlo nella coesione sociale, per creare un consenso diffuso che censuri qualsiasi pratica del passato.
La ricerca ci serve per essere più civili, più moderni, più capaci di dire a questi ragazzi “ Rimanete in Italia, il tuo Paese ha bisogno di te!”.

14/04/2016
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